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Garibaldi, risorgimento e resistenza

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22 aprile 2009

Egregio direttore,
 
   l’articolo in cui la senatrice Maria Pellegatta sottolinea l’importanza storica e l’attualità ideale della figura e dell’opera di Giuseppe Garibaldi nel contesto del Risorgimento italiano e, più in generale, della storia italiana (con un significativo riferimento alle formazioni partigiane che nel nome di Garibaldi saldarono il ‘primo’ al ‘secondo’ Risorgimento) mi offre l’occasione e lo stimolo per sviluppare questo tema cruciale, che non a caso ancor oggi divide in campi nettamente contrapposti gli estimatori e i denigratori del grande ligure o, per dirla con Antonio Gramsci, i democratici unitari, figli della tradizione rivoluzionaria francese, e i retrivi nipotini di padre Bresciani, eredi delle ‘insorgenze’ antifrancesi e antigiacobine.
 
   In realtà, il Risorgimento (1815-1861) è stato, così come il ‘triennio rivoluzionario’ giacobino (1796-1799) che ne ha posto le premesse, un grande periodo della storia d’Italia, ricco di splendide personalità. Una di esse è quella di Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Vorrei pertanto in questo sintetico profilo dell’eroe nizzardo dare rilievo a quello che mi sembra essere l’aspetto più significativo della poliedrica personalità di questo grande ligure (la famiglia Garibaldi era originaria di Chiavari, vicino a Genova), la cui nascita seguì di poco più di un anno quella di un altro grande ligure, Giuseppe Mazzini (1805-1872): due giganti della storia (non solo italiana).
 
   Quando, l’11 maggio 1860, i Mille sbarcarono a Marsala e da lì mossero verso l’interno della Sicilia nord-occidentale, la rivolta popolare divampata in aprile aveva già ripreso vigore. Garibaldi, con l’intuizione del grande generale di estrazione (e di vocazione) popolare, comprese subito che le sue possibilità di vittoria dipendevano strettamente da due condizioni fondamentali: prendere l’iniziativa nei confronti delle truppe borboniche al fine di rilanciare l’insurrezione e ribaltare la psicologia della sconfitta in certezza di vittoria; legarsi alle masse contadine e alla borghesia liberale siciliana appoggiandone le rivendicazioni e l’azione.
 
   Occorre, d’altra parte, precisare che la formula “Dittatura del Generale Garibaldi sotto il Regno di Vittorio Emanuele” significava per i Mille “Italia unita”, per la nobiltà e la borghesia “Sicilia autonoma senza i Borboni e senza il dazio, nell’ambito del Regno d’Italia” e per le masse contadine “libertà dall’oppressione borbonica e siciliana, ripristino degli usi civici, occupazione delle terre”. Gli sviluppi successivi, come dimostrerà l’insurrezione contadina di Bronte, scoppiata nel mese di agosto e repressa nel sangue dai garibaldini di Nino Bixio, daranno un tragico risalto a queste differenze di significato.
 
   Ciò nondimeno, queste due direttrici di azione fanno di Garibaldi il più grande stratega popolare che sia mai apparso nella storia italiana. I limiti che possono essere addebitati a Garibaldi sul piano politico e culturale non diminuiscono la sua grandezza di “generale rivoluzionario”, qualifica che, fin da subito e pur da lontano, gli attribuì con acume un osservatore del Risorgimento italiano del livello di Friedrich Engels.
 
   Come è noto, la vittoria di Calatafimi (15 maggio 1860) fu conseguita, a prezzo di gravi perdite (centinaia di morti e di feriti), da un migliaio di coraggiosi volontari male armati contro quasi tremila soldati borbonici organizzati e bene armati. Non decisivo sul piano militare, l’impatto di quella vittoria si rivelò, tuttavia, importante e decisivo su quello psicologico. Quella battaglia aveva, infatti, dimostrato ai siciliani e ai borbonici che l’esercito napoletano poteva essere battuto e che i garibaldini erano invincibili. Da allora l’insurrezione divampò nuovamente in tutta l’isola e la borghesia settentrionale, che i Mille rappresentavano, conquistò l’egemonia nella lotta dei siciliani contro i Borboni. Il merito di Garibaldi fu, perciò, quello di aver compreso che occorreva inserire la campagna dei Mille nella ‘guerra’ che i contadini e i liberali siciliani combattevano contro il nemico comune.
 
   Per avere un’idea del prestigio militare e, più in generale, del carisma che Garibaldi conseguì a livello mondiale, basti ricordare che all’inizio della guerra di secessione (1861-1865) il presidente Lincoln offrì a Garibaldi il comando dell’esercito nordista. In quel momento il presidente americano era in cerca di abili comandanti per un esercito che, quantunque superiore di mezzi, era stato più volte sconfitto, cosicché, dietro suggerimento dell’ambasciatore americano a Torino, decise di rivolgersi a Garibaldi che, ferito ad una gamba dopo l’episodio dell’Aspromonte, era stato fatto prigioniero e trasferito nel Forte del Varignano. Sennonché, ben deciso a mantenere immacolata la propria immagine di ‘Libertador’, il Generale rispose all’appello di Lincoln ponendo una sola condizione: «Voglio - disse - che il presidente degli Stati Uniti annunci ufficialmente che questa guerra si prefigge l’emancipazione degli schiavi». Ma nella fase iniziale della guerra di secessione, benché vi fosse un forte e combattivo movimento abolizionista, il governo di Washington non era ancora orientato verso l’abolizione della schiavitù (che sarà proclamata da Lincoln nel 1863 e sancita, come XIII emendamento della Costituzione americana, nel 1865). Per questa ragione la pretesa di Garibaldi fu ritenuta inaccettabile dal Congresso. Di conseguenza, le trattative furono interrotte, l’esercito nordista non ebbe un comandante italiano e Garibaldi, liberato dal Varignano, se ne tornò nella sua Caprera in attesa di altri eventi.
 
   Anche questo episodio poco noto della vita di Garibaldi dimostra che chi nutre nel proprio animo e manifesta nel proprio comportamento l’odio razziale ha un motivo in più per coltivare la più bieca avversione nei confronti dell’“eroe dei due mondi”.
 
 
Eros Barone

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