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Giorgio Gaber e la generazione del ’68

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2 ottobre 2007

Egregio direttore,
della lezione di Giorgio Gaber, opportunamente richiamata in questa rubrica, mi preme porre in risalto un aspetto specifico ma rivelatore.
Alcuni anni fa, con il disco «La mia generazione ha perso» Giorgio Gaber e Sandro Luporini (quest’ultimo coautore dei testi e fedele collaboratore dell’artista milanese) confermavano non solo il loro costante interesse per i temi politici e la loro volontà di procedere ad un bilancio di quarant’anni di attività, ma anche la loro immutata capacità di fare della canzone politica uno strumento affilato dell’intelligenza critica: capacità tanto più sorprendente se commisurata alla subcultura di quegli adepti della ‘servitù volontaria’ che falsìficano il passato per accreditarsi presso il potere e per esorcizzare la propria identità pregressa. Il problema che è al centro di tale interesse e di tale bilancio meritava, d’altra parte, l’apporto rigoroso e coerente di ‘intellettuali brillanti e onesti’, quali erano i due autori, giacché riguardava il giudizio sulle ragioni e sulla sconfitta della generazione del ’68, vale a dire di quella generazione che ha espresso la più vasta gioventù insorta di tutta la storia moderna.
Chiunque ascolti questo disco può constatare che la testimonianza di Gaber non concede nulla alla futilità dell’autobiografismo depositato nelle microstorie personali o di gruppo; essa va sùbito al nòcciolo della questione, valorizzando il radicalismo di una generazione che ha osato sfidare i poteri costituiti e scontrarsi con essi non solo nelle famiglie, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nelle caserme e nelle piazze: «La mia generazione ha visto / le strade, le piazze gremite / di gente appassionata / sicura di ridare un senso alla propria vita… La mia generazione ha visto / migliaia di ragazzi pronti a tutto / che stavano cercando… / di cambiare il mondo / possiamo raccontarlo ai figli / senza alcun rimorso…».
Gaber e Luporini, proprio perché sanno distinguere, grazie alla loro intelligenza critica e alla loro sensibilità empatica, le superfetazioni cadùche dalla sua essenza profonda, non hanno mai ridotto quel grande sommovimento, che durò ben dieci anni, ad un mero ricambio generazionale o ad una semplice metamorfosi del ceto politico, ma sin dall’inizio hanno scoperto in esso (si ricordi la canzone del 1972 intitolata “La libertà”, un autentico manifesto politico), per un verso, l’opposizione irriducibile fra la spinta alla partecipazione che si traduce nell’impegno politico diretto e la liturgia democratica formale del voto che sfocia nell’acquiescenza di chi «passa la sua vita a delegare / e nel farsi comandare / ha trovato la sua nuova libertà», e per un altro verso la grande idea-forza che animò la generazione del ’68 (si ricordi il “Dialogo”, anch’esso del 1972): «Gli operai hanno addosso una forza tremenda / che può rovesciare questo mondo di merda / che noi alimentiamo e non si ferma mai».
Tuttavia, la rappresentazione che di quell’epoca ci fornisce Gaber non sarebbe completa se si omettesse di precisare che non tutta la sua generazione fu sconfitta, giacché vi fu una parte che vinse, integrandosi con successo negli apparati partitici, universitari, giornalistici e parlamentari (dunque nelle istituzioni in precedenza contestate), ove fu ben accolta e in varie guise vezzeggiata e gratificata da un potere sempre indulgente con i propri figli prodighi.
Altri, che fecero le scelte più radicali e non tradirono né la fedeltà alla militanza passata né la speranza in un futuro riscatto, pagarono invece duramente la loro coerenza. A costoro – alle loro ragioni e ai loro ideali – Gaber e Luporini rendono l’onore delle armi e restituiscono una memoria non deformata dal servilismo e dall’opportunismo: «Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera eccetera eccetera. / Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista. / Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia. / Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro. / Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana. / Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. / … Perché sentiva la necessità di una morale diversa. / Perché era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita».

Eros Barone

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