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Gli incidenti sono una necessità del sistema

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24 aprile 2007

Egregio direttore,

un modo di spogliare la realtà sociale della sua oggettività è quello di ridurla sul letto di Procuste dello psicologismo; ma lo psicologismo, che dipende completamente dalla contingenza, è falso. Chi, come la stragrande maggioranza dei lettori sinora intervenuti, riduce un problema sociale – quello delle cause degli incidenti stradali e in particolare motociclistici, nonché dei modi di porvi rimedio – ad un’indagine sulle motivazioni e sui comportamenti dei soggetti (motociclisti contro automobilisti e viceversa), dimostra con ciò di aver perso la capacità di distinguere tra illusioni e realtà, finendo con il “dare l’aspirina ad un malato di cancro”.
Cerchiamo pertanto di rimettere sui piedi quanto è stato posto a testa in giù, e partiamo dai dati reali. L’Italia ha un parco veicoli di 43 milioni di veicoli e supera di molto la media OCSE; per ogni chilometro di strada vi sono, nel nostro paese, 103 auto circolanti (in Germania sono 65, in Gran Bretagna 57, in Francia 29); il bilancio della circolazione su strada è di 18 morti e 925 feriti al giorno; il costo sociale degli incidenti stradali è pari al 2,7% del Pil (prodotto interno lordo). Bastano questi dati a ridicolizzare chi affronta un processo, che è sociale ed oggettivo, come se si trattasse della risultante di scelte individuali più o meno corrette e di comportamenti più o meno trasgressivi, laddove, esattamente al contrario, tale processo è frutto di uno sviluppo economico distorto imposto al nostro paese dalle classi dominanti e basato su una delle forme più selvagge di motorizzazione privata che esistano nel mondo capitalistico.
La verità, che gli inviti alla prudenza e all’osservanza delle norme del codice stradale, scritti sui tabelloni elettronici, non possono in alcun modo mascherare, è che, potendosi calcolare anticipatamente, per ogni settimana e per ogni giorno, il numero dei morti e dei feriti, gli incidenti automobilistici e motociclistici sono più che incidenti (in altri termini, cessano di essere qualcosa di incidentale o di accidentale): essi fanno parte della necessità omicida che mantiene piene le casse. La preferenza per le automobili private anziché per i trasporti pubblici, per le autostrade anziché per le ferrovie, per le motociclette anziché per le biciclette, non dipende semplicemente dalla scelta dei consumatori, ma è dettata e imposta da una realtà sociale che ha la sua forza motrice nella spinta verso il plusvalore, anche se la conseguenza è una ‘guerra civile’ che, nell’arco degli anni, comporta centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti (ossia lutti, danni e costi per l’intera collettività nazionale). Sennonché, come è evidente, dal momento che un modo razionale e umano di trasporto costituirebbe una minaccia per l’accumulazione capitalistica, si preferisce conservare un modo irrazionale e disumano. Inoltre, come se non bastasse, a ribadire l’impotenza del singolo individuo contro questa situazione sociale interviene il gioco perverso dell’ideologia più menzognera, che consiste nel far credere che il colpevole sia il guidatore e che certi miglioramenti dei dispositivi di sicurezza o certi inasprimenti delle sanzioni possano sanare una situazione del traffico sempre più barbara e abnorme (a che altro servono i gipponi se non a garantire una maggiore capacità di attacco e di difesa in una circolazione stradale che, segnatamente nel nostro territorio, si configura come un rodeo quotidiano?).
In realtà, mentre ci viene detto quanti moriranno in questo fine settimana, ci raccomandano di guidare con molta prudenza, come se questo potesse avere effetto su quello. Non l’ha e non lo può avere. Gli ‘incidenti’ non sono incidenti; essi sono radicati nella struttura sociale: sono una forma di necessità in situazioni di non libertà. La sicurezza può quindi essere raggiunta solo attraverso un’azione collettiva, cambiando radicalmente una società sempre più pericolosa, buonista a parole ma nei fatti violenta.

Eros Barone

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