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Gli Italiani, il Salone del libro e gli “analfabeti di ritorno”

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22 maggio 2013

“Gli italiani, passioni e poche letture”
Stendhal,1818

La recente indagine ALL (Adult Litercy and Life skills) è una ricerca comparativa internazionale promossa e sviluppata dall’OCSE che studia le competenze funzionali possedute dalla popolazione dai 16 ai 65 anni in relazione alla comprensione e produzione di informazioni contenute in testi scritti in vari formati, alla capacità di comprendere e utilizzare linguaggi formalizzati della matematica e alle attitudini ragionative. Secondo questa ricerca più di due terzi della popolazione italiana non è in grado di leggere e capire a fondo ciò che legge, solo il 20% degli italiani comprende il senso di un testo complicato dalla presenza di subordinate, cifre o grafici.
Questi dati sull`analfabetismo di ritorno emersi dall`indagine, promossa dall`Ocse, aiutano a capire le radici della crisi politica italiana più e meglio di molti commenti di tanti opinionisti, che vanno per la maggiore oggi nel nostro Paese.
La regressione delle capacità e delle competenze funzionali possedute dalle popolazioni è per la verità un fenomeno che attraversa tutti i Paesi industrializzati, ma in Italia ha caratteristiche peculiari  storiche proprie, che affondano le radici nei ritardi dell’unificazione del nostro Paese e nel processo di italianizzazione dei suoi abitanti. Non bisogna dimenticare che nell’0ttocento in Italia solo un’esigua minoranza il 2% parlava e comprendeva l’ italiano; e la lingua italiana  era una lingua straniera per la gran massa degli italiani, che comunicavano con i vari dialetti; mentre l’analfabetismo  di massa era una piaga.
 Le responsabilità di questa regressione sono politiche e sono distribuite lungo tutti i 150 anni che seguono l’unità d’Italia.
 “Tradizionalmente le classi dirigenti” – dice il linguista Tullio Di Mauro –“ si sono occupate poco di migliorare il funzionamento delle scuole. La valutazione di questi gruppi dirigenti è che uno sviluppo adeguato dell’istruzione mette in crisi la loro stessa persistenza in posizioni di potere”.
Del resto contro i libri, la cultura e la scuola in genere da sempre si sono accaniti i vari sovrani e gli uomini di potere meno illuminati, accompagnando il loro rifiuto a dispensare gli studi con giustificazioni quali: “Il mestiere del contadino non ha bisogno di studio;” (Pietro il Grande, di Russia); meno brutale nella forma, ma non dissimile nella sostanza è l’affermazione attribuita alla Sovrana di Russia, Caterina Seconda che, parlando con un suo fedele ministro ebbe a dire: “Mio caro l’istruzione non la possiamo dare a tutti i nostri sudditi perché altrimenti noi saremmo costretti ad ubbidire loro come oggi ubbidiamo a noi stessi;” non  meno restrittiva sul versante italiano è la posizione reazionaria di Monaldo Leopardi, padre del poeta Giacomo, proprietario di una ricchissima biblioteca, che sulla questione dello studio così si esprime:“Il ciabattino non deve studiare a lui basta solo un po’ di catechismo”.
A conclusione di questo breve ma significativo elenco di personalità contrarie alle diffusione dell’istruzione, vorrei citare il filosofo Voltaire le cui parole esemplificano  e colgono con plastica lucidità il pericolo che rappresenta per il potere uno sviluppo adeguato dell’istruzione tra le masse popolari. Scrive Voltaire nel suo Dizionario Filosofico, alla voce tolleranza: “Io ho una dignità e un potere basati sull’ignoranza e sulla credulità; cammino sulle teste degli uomini chini ai miei piedi: se essi si rialzano e mi guardano in faccia, sono perduto occorre dunque tenerli proni a terra con catene di ferro”. (…)
Le masse popolari hanno dovuto lottare per il loro diritto all’istruzione ed è stato grazie alla Rivoluzione francese e al cosiddetto “Memorandum d’A. Condorcet”, presentato all’Assemblea legislativa nell’anno 1791, se esse hanno potuto usufruire dell’istruzione scolastica.
“Scopo di questa legge” – recita il Memorandum – “ è quello di creare un sistema scolastico nazionale, di cui tutti possano giovarsi secondo le proprie capacità.”
Mentre  nella stessa evoluta Inghilterra, ancora nell’Ottocento, l’allora direttore dell’Istruzione inglese  del 1860, poteva ancora tranquillamente affermare: “L’ordine delle scuole elementari è destinato ai figli dei lavoratori; noi non vogliamo dare loro un’istruzione superiore perché non vogliamo, con l’innalzare il loro livello culturale accrescere anche quello economico.”
 Si è dovuti arrivare all’ Education act,  del 1918, perché venisse sancito che: “Ogni fanciullo che abbia attitudini per gli studi superiori deve ottenervene l’accesso indipendentemente dalle condizioni materiali dei genitori.”
Molti anni sono passati da allora e gran parte dei cittadini europei anche dei ceto meno abbienti ha potuto usufruire di un’educazione di massa. Ma purtroppo all’innalzamento dell’obbligo scolastico  si è andato affiancando il preoccupante fenomeno dell’arretramento delle competenze culturali  fattive e ricettive di gran parte dei cittadini. Se si aggiunge poi che vent’anni di televisione commerciale hanno fatto perdere ai giovani qualsiasi interesse per la cultura, la lettura dei libri e quella dei quotidiani si può comprendere il rischio che corre la nostra democrazia per la mancanza di un cittadino acculturato, critico,consapevole e responsabile.
 Napolitano nel suo messaggio al Salone ha voluto richiamare il valore del libro e della lettura, lamentando che “In Italia si legge troppo poco, sono meno della metà gli italiani che leggono meno di un libro l’anno.” Ed ha aggiunto: “Il libro, la lettura, la cultura costituiscono pilastri insostituibili per il rafforzamento della democrazia, per lo sviluppo di una partecipazione consapevole e costruttiva alla vita politica e sociale, per il rinnovamento delle istituzioni e delle rappresentanze istituzionali. Quello, cioè, di cui abbiamo acuto bisogno nel nostro Paese”.
Mi auguro che il Pd, nel suo prossimo serio e vero congresso, faccia di tutto per rimettere al centro del dibattito politico la scuola e la cultura, perché esse oltre ad essere essenziali e fondamentali per la salute della democrazia, lo sono anche per la crescita economica, morale e civile del nostro popolo, ancora troppo condizionato negativamente da un preoccupante “analfabetismo di ritorno”. Vorrei che a sinistra non si dimenticasse quello che Di Vittorio, il sindacalista di Cerignola, affermava a proposito del valore della cultura: “Io credo d’essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana.
La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale”.

Romolo Vitelli

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