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Gli stratagemmi di Gioppino

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20 giugno 2011

Egregio direttore,
All’annuale raduno di Pontida Umberto Bossi ha affermato varie cose: che la
leadership di Berlusconi è in discussione, che il patto di stabilità sta soffocando i
comuni del nord, che Equitalia è la grande nemica dei cittadini, che la guerra alla
Libia è sbagliata, che Roberto Maroni sarà il suo successore alla guida della Lega.
Ma ha affermato, soprattutto, che la Lega può anche correre da sola e che l’identità
padana va rilanciata. Quest’ultimo punto merita di essere particolarmente
sottolineato, perché dimostra quanto sia sbagliata la tesi secondo cui il radicamento
territoriale della Lega nascerebbe dall’applicazione del modello dei partiti di massa
di mezzo secolo fa, come se la Lega fosse l’erede, più o meno legittimo,
dell’interclassismo democristiano e del rivendicazionismo comunista. In realtà,
l’ideologia leghista trae origine, per parafrasare il titolo di un recente saggio del
sociologo Aldo Bonomi, “Sotto la pelle dello Stato” (2011), sì dalla ‘cura’, sì
dalla ‘operosità’, ma soprattutto dal ‘rancore’, sentimento o, meglio, risentimento che
si manifesta (non in un organico programma politico ma) nella propaganda capillare
di certi “valori” e di certi “atteggiamenti” (famiglia, azienda, parrocchia, omofobia,
xenofobia, mixofobia, islamofobia, tradizionalismo, populismo e razzismo, tanto per
citarne alcuni), nonché nell’individuazione dei relativi “capri espiatori”: è del tutto
assente dalla concezione leghista lo spirito del riformismo in qualsiasi declinazione,
vuoi nella versione cattolica vuoi in quella socialista. Basta aver seguito gli ultimi
comizi di Umberto Bossi per rendersene conto. La carta d’identità che viene
regolarmente ostentata mira ad esaltare l’appartenenza ad un popolo “sano”, paventa
la pedofilia come complotto tramato all’estero, ammonisce circa i pericoli
della “famiglia trasversale” accompagnando il discorso con gesti che alludono agli
omosessuali, martella sul noto slogan “padroni a casa nostra”, incita a porre in atto
i “respingimenti” degli immigrati nella forma più dura e spietata. L’immagine della
Lega delineata da questo linguaggio, che potrebbe apparire tanto pittoresco quanto
rodomontesco se non ricordasse un passato molto più inquietante, è quella di un
movimento premoderno, interprete di uno spirito conservatore anti-illuministico
presente da secoli in quel cattolicesimo controriformista e contadinesco che ha
vissuto come eventi catastrofici l’esportazione della Rivoluzione francese, il
Risorgimento “massonico”, la Resistenza egemonizzata dai comunisti. Nondimeno, a
dispetto dei toni duri e degli appelli tonitruanti alla mobilitazione degli attivisti, la
consumata abilità rabdomantica, che è propria di Bossi, nell’evocare gli ‘spiriti
animali’ della reazione non è valsa a nascondere la sostanziale debolezza di un
messaggio politico fondato sulla prevalente organicità (che qualcuno scambia per
subalternità) al lungo ciclo del berlusconismo, di cui la Lega Nord è stata parte
essenziale ed integrante. Un’antropologa francese, Lynda Dematteo, opportunamente
citata nel pamphlet di Antonio Gibelli, “Berlusconi passato alla storia” (2010), ha
ricostruito in un saggio intitolato “L’idiotie en politique” la “pragmatica della
comunicazione” messa in opera dalla Lega Nord e, segnatamente, dal suo leader. La

studiosa francese descrive, in altri termini, come i dirigenti leghisti abbiano saputo
trasferire in politica le maschere della commedia dell’arte e del teatro dei burattini.
La Dematteo cita, per esempio, il gozzuto Gioppino, folcloristico valligiano
bergamasco la cui idiozia era celebrata come una sorta di carisma, e sostiene che, al
pari di Gioppino, anche i dirigenti leghisti dissimulano la loro astuzia
mimetizzandola dietro una maschera di intenzionale rozzezza. A questo proposito,
vale la pena di ricordare come non manchino imitatori di questa “pragmatica” perfino
ai vertici dell’‘establishment’. Qualche tempo fa, parlando dopo Bossi e Cota in una
manifestazione politica che si svolgeva a Torino, il ministro Giulio Tremonti non si è
peritato di dichiarare: “Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un
libro…”. Come questa asserzione dimostra, l’“idiotismo politico”, quando occorre,
può essere mimato anche dai più qualificati esponenti della sottoborghesia italiana.

Eros Barone

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