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I botti e gli operai degli anni Cinquanta

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2 gennaio 2009

caro Direttore

Vedo che nessuno dei Suoi fedeli corrispondenti, molti dei quali spaziano su tutti gli argomenti con eleganza e competenza, si occupa dei botti e fuochi artificiali che vengono sempre più abbondantemente utilizzati in tutte le occasioni: capodanno, feste di Paese, ricorrenze private, ecc.

Non era una abitudine “padana”, mi ricordo qualche “botta” con il carburo procurato dal “trumbèe”; l’abbiamo importata ed è attecchita. Mi pare abbiano cominciato i Cinesi tanti anni fa, poi ho visto dalle televisioni che è diffusa in tutto il mondo; nel nostro Paese era diffusa soprattutto al sud.

Oltre ad essere inquinanti (non solo acusticamente) e pericolosi, costano un sacco di soldi. Spero non ci siano anche quelli delle famiglie che “non arrivano alla quarta settimana” tra gli acquirenti, se no un misero razzetto si mangerebbe un mese di “social card”.

Già che sono in argomento vorrei dire la mia anche ai Giornalisti che paragonano la crisi attuale a quella del ’29. Nel ’29 non c’ero ma mi ricordo bene, ad es., degli anni ’50. Nessun operaio, allora, giocava con le macchinette mangiasoldi o comprava gratta e vinci (al più giocava una schedina la settimana da 150 lire sperando di far 13); in pochissimi avevano il telefono in casa, o facevano colazione con cappuccino e briosche, o compravano cibi preconfezionati nelle gastronomie (al massimo una porzione di merluzzo fritto ogni tanto il venerdi); tutti avevano “pezze al culo” e non perchè erano di moda. Al ristorante o in pizzeria (a Varese ce n’era forse solo una) si andava per le occasioni grandi e si raccontava per tutto l’anno quelle cose buone che avevi mangiato.

Al mio Paese, Barasso, i campi eran tutti coltivati, “oli da gumbat”, buoi, un trattore, due “BCS” (e prima tutto a mano): si fermava quasi una settimana la trebbiatrice – la mietitura veniva fatta tutta a mano – ed era la nostra meraviglia e divertimento vedere quella enorme macchina che divorava i covoni e sputava pula, balle di paglia e grani separati; quasi tutte le famiglie avevano un pezzo di terra da coltivare dopo il lavoro in fabbrica. Non “andava a male” neanche un filo d’erba (altro che prato inglese!); i boschi del Campo dei Fiori erano “pettinati”: strame e legna secca erano preziosi.
Mi fermo qui nella descrizione della vita del ceto operaio di allora. Speriamo che non ritornino gli anni ’50, figuriamoci il ’29.

A Varese non ci sono più Valigerie, Calzaturifici, Concerie, Tessiture; la Fabbrica di pipe che dava lavoro a tanti nel mio Paese è finita, la Ignis che ne aveva preso il posto è molto ridotta, nessuno saprebbe più lavorare la terra; con le generazioni che abbiamo cresciuto nell’abbondanza e male abituate che ci ritroviamo scoppierebbe la guerra civile; sentiremmo i botti tutti i giorni!

cordiali saluti ed auguri di buon 2009 a tutti

Luciano Lucchina

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