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I brividi dannunziani dei primi bombardamenti su Tripoli

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8 giugno 2011

«Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell’oasi che si
avvicina rapidamente. Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il correggiolo
che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba, la poso sulle
ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla
scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba
e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. Già vedo
perfettamente le tende arabe. Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata
bianca: uno di circa 200 uomini e l’altro di circa 50. Poco prima di esservi sopra
afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e
butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla coll’occhio per pochi secondi, poi
scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una
nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande, ma sono stato fortunato lo
stesso; ho colpito giusto. Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui
però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi
sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito
alla divisione a riferire e poi dal Governatore, gen. Caneva. Tutti si dimostrano assai
soddisfatti.»
 
Così il genovese Giulio Gavotti descrisse in una lettera indirizzata a suo padre il
bombardamento effettuato il 1º novembre 1911 dall’abitacolo del suo aereo su di un
accampamento turco ad Ain Zara e sull’oasi di Tripoli. Il sentimento che traspare
dalla descrizione di questo “beau geste” è simile a quello con cui i ciclisti di una
volta comunicavano alla mamma che avevano vinto la tappa. Gavotti uccideva e
credeva di fare una bella cosa. Senza dubbio, un precursore dei piloti della nostra
repubblica che stanno bombardando la Libia, quasi a celebrare il centenario del primo
bombardamento aereo della storia.
 
L’azione di Giulio Gavotti venne celebrata anche da Gabriele D’Annunzio
nella “Canzone della Diana”, e ancora una volta questo poeta dimostrò come
la cultura più raffinata possa servire a celebrare un’ideologia bellicistica e
necrofila (“Anche la Morte or ha le sue sementi”, esclama con gioia il poeta-
vate dell’imperialismo italiano, laddove la parola ‘morte’ è scritta con l’iniziale
maiuscola!):
 
«E tu Gavotti, dal tuo lieve spalto
chinato nel pericolo dei venti
sul nemico che ignora il nuovo assalto!
Poi come il tessitor lancia la spola
o come il frombolier lancia la fromba
(gli attoniti la grande ala sorvola)
 
Anche la Morte or ha le sue sementi.
La bisogna con una mano sola
Tratti, e strappi la molla con i denti.
 
Di su l’ala tu scagli la tua bomba
alla subita strage; e par che t’arda
Il cuor vivo nel filo della romba…»
 
Propongo questi testi sulla “banalità del male” e sulla sublimazione estetica del
medesimo per verificare sino a che punto la nostra sensibilità sia narcotizzata, fino
a che punto siamo diventati indifferenti nei confronti della crescente violenza che
trasuda da tutti i pori della società borghese: una violenza che trova la sua espressione
concentrata nella barbarie post-moderna dei “bombardamenti etici”.
 
Concludo perciò con un messaggio di aspro richiamo alle responsabilità civili
di ciascuno, che traggo da un poeta e saggista italiano della seconda metà del
Novecento: uno scrittore che ha dimostrato, per l’appunto, come la cultura
più raffinata possa servire a riscattare l’uomo dalla “banalità del male” e dalla
sublimazione estetica del medesimo:
 
«Auguro che una coscienza sempre più precisa di quel che succede al mondo e al
nostro paese costringa un numero sempre più grande di uomini e di donne
a unirsi per distruggere il potere degli assassini, degli sfruttatori, dei pubblici
mentitori e per spezzare le armi dei loro complici. Non voglio dire nemmeno una
parola per confermarvi in quello che già sapete. È agli altri, a quelli che non sanno,
che bisogna parlare. Bisogna parlare a quelli che fingono di non sapere.
E parlare sapendo bene che gli uomini non si muovono né con le parole né con
l’esempio, ma che solo di parole e di esempi possiamo disporre. Quindi bisogna
sapere bene che cosa dire e che cosa fare. […] La rabbia non basta. La ragione non
basta. La verità non basta. Se bastassero, non ci sarebbe bisogno di politica. E invece
ce n’è sempre più bisogno. Chi vuol salvarsi l’anima la perderà. E invece è necessario
prepararsi a non perdere più nulla; che è il primo modo di vincere.»
(F. Fortini, “Per un comizio”, in «Un giorno o l’altro», p.434, Quodlibet, Macerata
2006).
Eros Barone

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