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I lager galleggianti di Gelosia

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1 aprile 2011

Caro direttore
La lettera di Alberto Gelosia con la proposta di deportare (a fini di identificazione, naturalmente) i profughi nordafricani in lager galleggianti al largo delle coste (“evitando possibilità di fuga e spese di sorveglianza e ricupero”, precisa cinicamente il suo autore) non può essere considerata un ulteriore epifenomeno, particolarmente repellente, del folclore paraleghista, ma rivela in modo inequivocabile la natura razzista e potenzialmente genocida di posizioni i cui antecedenti storici risalgono ad epoche, come gli anni Trenta del secolo scorso, che la crisi generale della società borghese-capitalistica riproduce costantemente e su scala allargata, anche se in forme differenti.
Per la verità, l’autore di quella ‘modesta proposta’ suggerisce una variante allo scenario allestito dal razzismo di Stato, che vede attualmente i migranti ammassati tra la più squallida sporcizia e la più orrenda deprivazione oppure rinchiusi nei Cie o, ancora, esibiti a cielo aperto sull’isola di Lampedusa quale monito, oltre che ai bravi cittadini italiani, ai loro connazionali rimasti in patria (la ‘bestializzazione’, comunque realizzata, è il primo passo, come tutti dovrebbero sapere, della ‘soluzione finale’): la variante è la ‘scotomizzazione’, ossia la deportazione “al largo della nostra costa”, in lager galleggianti, là dove l’arbitrio poliziesco e repressivo potrà esercitarsi in modo ‘totale’, in modo asettico e, soprattutto, in modo invisibile. Una cosa ben diversa, più igienica e più pulita, rispetto agli spostamenti frenetici da una località all’altra, che sono l’equivalente delle periodiche “traduzioni” carcerarie.
Al di là delle varianti ‘estetiche’, resta l’obiettivo comune: l’invenzione del clandestino come “soggetto alieno” e capro espiatorio, la produzione cioè di una condizione preliminare al genocidio, come spiega il modello di Hannah Arendt nel testo ormai classico sulle “Origini del totalitarismo”. Il regime totalitario elimina i soggetti ritenuti indesiderabili e i nemici di vario tipo, ricorrendo a una gradazione di strumenti: dalla semplice segregazione all’uso quale manodopera schiavile nei paesi liberali, fino ai campi di sterminio nazisti. Oggi questi ultimi sono spariti, anche se sopravvivono in forme meno cruente. La loro cifra è, tuttavia, sempre la stessa: confinare le vittime in una condizione intermedia fra la vita e la morte, fra la visibilità e l’invisibilità, affinché siano d’esempio a chiunque, anche fra gli autoctoni, osi ribellarsi.
Contro concezioni, suggerimenti e pratiche come quelli testé esemplificati occorre, invece, far valere il vero stato d’eccezione, che è, come i comunisti sanno da sempre, quello degli oppressi. La produzione nazista di “umiliati e offesi” è stata spezzata all’inizio dalla rivolta del ghetto di Varsavia, quando le vittime predestinate diventarono ribelli combattenti. È il modello che, in piccolo, Rosarno ha replicato. Poi sono venuti i sollevamenti popolari in tutto il Nord Africa e nel Vicino Oriente.
La risposta corretta da dare in questo momento è stata indicata, nel silenzio imbelle e subalterno di quasi tutta la sinistra, dalla Fiom: accoglienza efficiente, permessi di soggiorno straordinari, apertura dei confini europei, tempi certi per la cittadinanza, diritto del suolo per i nati ed educati in Italia e diritto di voto per gli immigrati regolarizzati. In conclusione, non bisogna permettere che alla visibilità e alla miseria del profugo visualizzate dai ‘mass media’ corrisponda l’invisibilità sistematica del clandestino, come un tempo alla ‘bestializzazione’ conclamata dell’ebreo nel ghetto corrispondeva il suo ‘finale’ dissolversi nelle colonne di fumo dei camini.

Eros Barone

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