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I miei ricordi natalizi

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15 dicembre 2009

Caro direttore

per il ragazzo di ieri che le scrive, le reminiscenze collegate al Natale sono naturalmente molteplici, sia come numero, sia come genere e contenuto: circostanze, azioni, vicende e sensazioni indubbiamente pregnanti, ma, per la verità, nient’affatto trascendentali.

Nella mia lontana infanzia, la festività della venuta al mondo del Bambinello aveva la sua configurazione centrale nell’allestimento in casa, per opera materna, di un piccolo e rudimentale presepe, fatto di vecchi cartoni modellati a grotte e montagnole, colorati di vernici e, alla fine, ricoperti di muschio e di polvere di calce. Nella stalla della nascita, le tradizionali statuine del Pargolo e, intorno, la Madonna, S. Giuseppe, il bue e l’asinello, con la graduale aggiunta, quando le finanze familiari lo consentivano, d’altre effigi, vale a dire Magi, pastori e pecorelle.
Momento religioso fondamentale era la Messa di mezzanotte, con il Salvatore portato in processione lungo il perimetro interno della chiesa – oddio, fredda quasi come la grotta di Betlemme, e però nessuno sembrava curarsene – gelosamente nella mani del vecchio Parroco e preceduto da uno stuolo di bimbe e ragazzine vestite di bianco e con elementari coroncine sul capo, a guisa d’angeli, frutto, l’insieme, delle amorevoli cure della signorina Nena.
I regali per i piccoli a casa? Molto poveri e spartani, come i doni recati a Gesù, vale a dire una pigna e un’arancia a ciascuno. A tavola, niente panettoni o torroni (prodotti del tutto sconosciuti nel paese natio), ma solo una coppa di “pittule” bagnate nel miele e qualche altro semplice dolce, sempre di preparazione materna.
Prerogativa tipica del pranzo, poi, le letterine scritte dai già scolari e infilate sotto il piatto del papà, recitanti, in poche righe, montagne d’impegni e promesse che però, di solito, non avevano attuazione concreta, eppure abituavano al concetto dei buoni propositi.
Intanto che si mangiava, ogni anno, puntuale come un orologio svizzero, si materializzava il passaggio per strada – a cavallo di una bici sgangherata recante una sporta di vimini appesa al manubrio – di un omino proveniente da un piccolo centro del Capo di Leuca distante una decina di chilometri, il quale si annunciava con il grido – sospeso nell’aria, sincopato e sommesso – di “càrtine, pétrine!” (attenzione alla posizione degli accenti).
Chiarendo, quel velocipedista venditore proponeva, di contrabbando, dei rettangolini di carta sottili (cartine) raccolti in minuscole bustine, con cui era dato di fabbricare, privatamente e ovviamente in maniera non lecita, le sigarette, affrancandosi, in tal modo, dall’onere di acquistarle dal tabaccaio. Inoltre, microscopiche pietrine, cilindretti di cerio e ferro, che, a, loro volta, inserite negli accendini, generavano, con il semplice sfregamento, le scintille sufficienti a infuocare e accendere le sigarette, come anzi arrotolate a mano; così, si risparmiava anche l’acquisto dei mitici zolfanelli.
Veleggiando sulle onde del tempo, fra le date del Natale che mi hanno lasciato dentro le impronte più profonde, mi sovviene il 25 dicembre 1965 con mia moglie e Pier Paolo appena arrivato e quello immediatamente successivo, orfano del sorriso della mia ancora giovane mamma.
Quindi, agli sgoccioli dello scorso millennio, il Natale che, appena sveglio, ho voluto dedicare, prima ancora che a qualunque altra persona o atto, alla visita in ospedale   ad un amico sottopostosi ad un delicato intervento chirurgico, al quale, nell’occasione (unica volta nella mia vita), mi sono peritato di radere la barba. Intanto che vado riferendo quest’ultima scena, credo che il mio amico, da lassù, mi dica ciao con un sorriso.
Infine, il Natale 2005, contraddistinto, oltre che dalla consueta riunione di tutta la famiglia d’adulti, anche dalla presenza del mio primo e diletto nipotino Paolo.
Ho riferito una piccola sequenza di ricordi natalizi lontani e recenti, forse fuori dagli abituali schemi, se non, addirittura, completamente atipici: di ciò, chiedo umilmente venia, assicurando, ad ogni modo, che, nell’esprimere queste righe, ci ho messo il cuore.
Rocco Boccadamo - Lecce

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