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I segni della tempesta

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2 dicembre 2009

Nelle ultime settimane il dibattito socio-politico si è infiammato parecchio a seguito della sentenza della Corte Europea, che dispone la rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici.
E’ stato un fuoco di paglia? Dopo tanto clamore non se ne parla quasi più. Tutto finito nel dimenticatoio o, più probabilmente, nel relativismo? Questa sarebbe la sorte peggiore e genitrice di ulteriori regressioni sociali.
Lo scandalo non sta tanto nel contenuto del dispositivo emesso dalla magistratura di Strasburgo, quanto più nell’aver consentito nei decenni scorsi una progressiva erosione dei nostri valori fondamentali, non solo della nostra cultura europea, ma si sono messe in discussione anche le verità intrinseche alla natura antropologica e spirituale dell’uomo.
Eppure segni di avvertimento c’erano già stati. Paolo VI ,nel 1966, davanti ad una società protesa a respingere la spiritualità, in un periodo storico e culturale di forte antagonismo ai valori cristiani ed ampia diffusione delle idee marxiste anticlericali e fortemente laiciste, con tutti i contrasti e gli scontri politici e sociali che ne derivarono, esclamò: “Aspettavamo la primavera ed è venuta la tempesta”. Sempre Papa Montini, l’anno successivo, nella “Populorum Progressio” scrisse: “Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma   senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo (riprendendo le tesi del 1945 del teologo Henri-Marie Cardinale de Lubac, contenute in “Il dramma dell’umanesimo ateo”). L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano. Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana”.
Quella triste sentenza europea non è la tempesta, ma il segno, il frutto ammaccato dalla grandine che la tempesta – culturale – sociale – politica – ha generato.
A fronte di tali danni, oggi si leva anche un vento che vuole spazzare via la tempesta. Intellettuali, politici e gente comune di buona volontà hanno elevato la propria voce contro questo fatto. A difesa del crocifisso e del riconoscimento dei valori cristiani, sono state richiamate le radici storiche dell’Europa e dell’Occidente, la nostra cultura e le nostre tradizioni. Questo ha consentito di aprire “ombrelli” e costruire “tetti” per ripararci della tempesta, tuttavia non basta. Il vento (che dall’ebraico “ruah” vuol dire anche Spirito) deve soffiare ancora più forte. Cosa manca allora per lasciare soffiare il vento? La risposta la dava già Paolo VI, come sopra ricordato: “[] nel riconoscimento d’una vocazione []”.
I nostri avi, anche laici, che hanno creato di generazione in generazione l’Europa e l’Occidente, non avevano una semplice “cultura” o “tradizione” cristiana, ma una vera e propria vocazione. In questa erano riposte la fede e la speranza che, pur fra mille sofferenze, hanno dato il senso e la direzione alla vita ed alle opere dei nostri antenati, conseguendo progressi continui, fino ad ottenere, come dice Giovanni Paolo II (Cfr. Lett. enc. “Sollicitudo rei socialis”) l’attuale “supersviluppo” che stiamo vivendo, che non è l’autentico sviluppo quando è accompagnato dal “sottosviluppo morale”. La vocazione cristiana dei nostri progenitori era anche ben visibile nell’ordinaria liturgia quotidiana, in cui la preghiera rivestiva il ruolo centrale: era consuetudine partecipare alla S. Messa tutti i giorni, a mezzogiorno si sospendeva il lavoro per l’Angelus, prima di mangiare si ringraziava Dio, si pregava insieme in famiglia, si recitava il Rosario nei cortili, il parroco era un costante punto di riferimento anche per le questioni domestiche, non c’era casa senza un’icona sacra, prima delle lezioni si faceva il segno della croce, ecc. Insomma, l’elemento spirituale era parte inscindibile della vita sociale laica! E non si dica che era fondamentalismo, bensì armonia.
Oggi il pericolo più grande è proprio quello di eliminare la spiritualità, di qualunque confessione religiosa, dalla quotidianità. Si afferma: la società, lo stato, le istituzione sono e devono rimanere laiche. E’ vero, poiché sono formate da laici. E’ bene ricordare che i laici hanno pur sempre un’anima che è inseparabile; non è come una veste che si può indossare solo nell’intimità della sfera privata o quando si va a Messa e poi toglierla. L’ateismo poi non esiste: tutti, in fondo, credono in qualche cosa: il denaro, il successo, la scienza, la tecnica, la filosofia, ecc.
Il nocciolo che ostacola lo sviluppo dell’uomo e della società è stato lucidamente individuato da Benedetto XVI, nell’ultima enciclica “Caritas in Veritate”: “La religione cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo « statuto di cittadinanza » della religione cristiana. [] L’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità. La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente e aggressivo”.
Va bene raccogliere firme, scrivere lettere, emettere articoli e proclami per mantenere al suo posto il crocifisso, ma cosa aspettano i politici, a cominciare dai nostri concittadini, a ridare statuto di cittadinanza alla dottrina sociale della Chiesa? Perché non si fa esplicito riferimento a questa nelle parole ed opere, senza le tentazioni del relativismo?
Infine, rivolgiamo un’esortazione anche a tutti i laici, affinché si facciano promotori per una ripresa dello sviluppo dell’Occidente, senza aspettare ulteriori segni di recessione o indicazioni del clero.
Per tutto questo, pur riconoscendosi gravemente insufficiente, il nostro club è un piccolo mezzo a completa disposizione.
Il presidente del Club Don Sturzo di Saronno
Carlo A. MAZZOLA
Il vice-presidente del Club Don Sturzo di Saronno
Alberto PALEARDI

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