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Il bivio della sinistra nel pensiero economico

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9 novembre 2008

Egregio direttore,
il recente numero monografico della rivista “Democrazia e Diritto”, dedicato al tema “Operai e Banca d’Italia. La cultura economica della sinistra dal dopoguerra ad oggi”, permette, grazie agli interventi e ai saggi che propone, di riflettere sugli errori della sinistra: errori non solo politici, ma anche di natura culturale e scientifica.
Questa serie di errori comincia dal Pci, il cui limite fu sostanzialmente quello di muoversi (non prima ma) dopo i fatti, puntando alla semplice razionalizzazione economica di un mondo che cambiava. Da questo punto di vista, l’ottica del Pci, lungi dall’affrontare i fatti per cercare di dominarli, era quella di adeguarsi ai fatti dopo che questi erano avvenuti. Sennonché per una forza politica che originariamente aveva una visione complessiva del mondo, questo approccio empiristico di corto respiro costituì una grave debolezza, che risultò ancor più pesante a seconda del tipo di fatti a cui ci si adeguava. Del resto, occorre riconoscere (e ciò emerge con chiarezza dalla lettura della rivista or ora menzionata) che il Pci, sul piano economico, non ha mai seguìto una linea di sinistra: ciò è riscontrabile non tanto nell’analisi economica quanto nelle scelte economiche. Un esempio si ricava dal dibattito del primo e del secondo centro-sinistra negli anni Sessanta del secolo scorso: dibattito che non ebbe un carattere culturale ma politico. Un altro esempio, che rivela i limiti dell’ottica del Pci in campo economico, è che tale partito non ha mai compreso la grande importanza dello Stato sociale della fine degli anni ’70, il che, fra l’altro, spiega come mai tale partito poté andare d’accordo con la Dc sul terreno della solidarietà e dell’equità, che palesemente non sono la stessa cosa della giustizia. Date queste premesse, la logica conseguenza non poteva essere diversa da quella che si è potuto osservare durante tutti questi anni, e cioè che, nell’affrontare i problemi dello Stato sociale, il bisogno di mettere a posto i conti è sempre venuto prima dell’impianto universalistico della sanità e dell’istruzione (per citare due elementi costitutivi dello Stato sociale) .
Un altro pesante limite della cultura economica della sinistra è stato l’atteggiamento acritico nei confronti della Banca d’Italia. In questo senso, se è vero che, dopo il divorzio tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, sancito con la legge Andreatta del 1981, la progressiva lievitazione del debito pubblico fu il frutto di tale scelta (oltre che il portato del cosiddetto ‘Caf’, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani), è altrettanto incontestabile che il debito pubblico derivava da precise scelte di politica economica, non solo da errori di governo. Proseguendo sul piano inclinato delle politiche di ispirazione liberale, condizionate dal dogma del pareggio di bilancio, un altro esempio degli errori della sinistra fu il sostegno alla politica del cambio della ‘lira forte’, che porterà, sempre negli anni Ottanta del secolo scorso, a un pauroso aumento del debito pubblico, dato che il tasso di interesse che veniva imposto era superiore al tasso di crescita.
La visione epistemologicamente ingenua dei problemi di carattere macroeconomico, per cui si pensa che il tutto sia la semplice somma delle parti, vale a dire che la macroeconomia corrisponda sostanzialmente alla somma delle operazioni fatte dai diversi soggetti economici (aziende, lavoratori, consumatori ecc.), ha così condotto la sinistra a praticare, quando essa è stata al governo, una politica dell’offerta, che non ha concesso spazio alcuno a una politica della domanda. La riprova è rappresentata dal dibattito che si sta svolgendo in questi stessi giorni, laddove si parla di aumentare i salari con la detassazione e non (come invece sarebbe necessario in base alla logica di una politica della domanda) con una lotta vigorosa del sindacato che porti i salari a superare la produttività. Ma la condizione affinché si esca dalla crisi è proprio che i salari aumentino più della produttività. In realtà, non si capisce che esistono margini di politica economica che riguardano (non solo l’offerta ma anche) la domanda. Alla fine, anche la questione del modo in cui sono sate attuate le privatizzazioni costituisce un altro esempio dei limiti (e della subalternità) della cultura economica della sinistra, perché si è giunti a compiere questa operazione sotto la minaccia di un debito pubblico crescente, al fine di ridurlo. Ancora una volta, l’equilibrio di bilancio, condizione per entrare nella moneta unica, fu anteposto a ogni altra considerazione sulla base di un ragionamento zoppo, per cui si riteneva che, riducendo il debito pubblico e allineando il tasso del deficit ai parametri di Maastricht, si sarebbero create automaticamente le condizioni dello sviluppo. Ma in realtà non vi era alcuna ragione perché si instaurasse, sulla base di una pura operazione contabile, un rapporto virtuoso tra riduzione del debito pubblico, riduzione del deficit e sviluppo economico.
Infine, è opportuno aggiungere due ulteriori osservazioni: per quanto riguarda la tecnologia, la sinistra non è andata finora al di là di un’invocazione astratta della ricerca e dell’innovazione, senza mai scendere in un’analisi concreta della natura economica e sociale, nonché dei prerequisiti istituzionali e cognitivi, della ricerca e dell’innovazione; per quanto riguarda la speculazione, anche intuizioni giuste sui processi di patologica finanziarizzazione dell’economia, come quella relativa alla definizione della cosiddetta ‘economia di carta’, non hanno prodotto, di là dalla corretta rilevazione del fenomeno e delle sue abnormi dimensioni, alcuna politica che investisse le istituzioni italiane ed europee.
In conclusione, questa sommaria rassegna dimostra che, anche sul piano della cultura economica di riferimento, la sinistra è giunta al bivio: senza grandi cambiamenti non solo delle analisi ma dello stesso modo di pensare la teoria economica e le scelte conseguenti di politica economica, la sinistra non ha prospettive di ripresa e di sviluppo.

Enea Bontempi

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