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Il ‘bondage’, Veltroni e la ‘fabbrica dei sogni’

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13 settembre 2011

Egregio direttore,
 
   non so perché, ma la morte di quella giovane sventurata a causa di un gioco erotico orientale organizzato nel recesso di un palazzo romano, sede di uffici pubblici, da un ingegnere con uno strano nome, mi ha fatto venire in mente sotto il profilo dell’antropologia (e non pretendo assolutamente che vi sia un nesso logico, poiché il legame è soltanto psicologico) la figura di Walter Veltroni, assieme alla storia del film di Tornatore, “Il venditore di sogni”, che è stato riproposto qualche giorno fa da un canale della televisione.
   Che cosa vi può essere di comune fra questi eventi e queste figure? Ho cercato una risposta nella mia personale percezione dell’ambiente romano e credo di averne trovato il denominatore. Che è poi quell’insieme di comportamenti, diffusi in un certo ceto medio, che si può definire “emancipazione accidiosa”: un triste retaggio degli “stupidi anni Ottanta” che si prolunga stancamente e con esiti nefasti anche in un periodo caratterizzato, come quello attuale, da una crisi economica ed etica distruttiva. L’‘aria di famiglia’ che rende affini questi fenomeni (sia ben chiaro, affini nel senso psicologico, percettivo e, quindi, soggettivo) è una politica gestita, così come accadde a Roma negli anni in cui l’assessore Niccolini lanciò la cosiddetta “cultura dell’effimero”, dagli organizzatori di eventi, dagli uffici stampa, dagli esperti della comunicazione e dell’immagine, nonché dai manager di quel terziario che traeva la sua forza dall’espansione della ‘fabbrica dei sogni’ legata al mondo cinematografico, musicale, museale, turistico ecc. Una politica che non ha risolto un solo problema della città, dalle periferie sempre più degradate alla viabilità caotica, dalla insicurezza e precarietà crescenti ai servizi sociali inefficienti, ma che in compenso ha forse contribuito ad approfondire quel massiccio vuoto etico e morale di cui il diffondersi di certe pratiche erotico-sessuali, come quella degli scambi e ora quella del ‘bondage’, costituiscono l’inevitabile conseguenza, perlomeno in certi ambienti.
   Così, per giocare sui titoli di film che sono entrati nell’immaginario collettivo, si potrebbe dire che “L’impero dei sensi” e “Il venditore di sogni” si sono sommati e hanno prodotto lo scenario mortifero e desolante nel quale ci stiamo aggirando. Uno scenario che è stato allestito in modo funzionale alla costruzione di uno stile di vita americanizzante, buonista e ‘liberal’, universalista quanto interclassista, fondato, oltre che sul ‘progressismo compassionevole’ (variante del ‘conservatorismo compassionevole’), su quella ‘cultura dell’effimero’ e delle ‘notti bianche’ che con Niccolini nacque proprio a Roma e si diffuse come un cancro in molte altre città del nostro paese, promuovendo una socialità fasulla e artificiale che, in cambio di una notte vissuta ‘al massimo’, ti lascia solo con le tue nevrosi nel resto dell’anno e ti può anche spingere a cercare nel ‘bondage’ e in altrettali ‘giochi’ un diversivo più o meno raffinato all’alienazione galoppante.
   Credo allora che la conclusione di queste divagazioni antropologiche, etiche e sociali possa essere quella che espone un personaggio del film “Roma” di Federico Fellini, allorché osserva con sagacia che la Capitale è specializzata nelle ‘fabbriche dei sogni’, ospitandone ben tre sul suo territorio: quella di Cinecittà, quella del governo e quella del Vaticano. Sennonché è difficile sfuggire alla realtà e questa, alla fine, si prende la sua rivincita, rivelandosi, ancora una volta, come ciò che si rifiuta di sparire anche quando smetti di crederci.
Orbilius

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