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Il burqa legittimato

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28 novembre 2008

Egregio Direttore,
io sono convinto che l’ordinata e civile gestione di una Nazione passi innanzitutto attraverso il rispetto delle sentenze della magistratura: siamo garantiti dai diversi gradi di giudizio ed è ragionevole pensare che il pronunciamento finale sia rispettoso dello spirito delle leggi in vigore.
Detto questo, penso anche che in un paese democratico qual è il nostro sia lecito criticare le sentenze.
Mi riferisco, in questo caso, alla decisione di un giudice di Cremona che ha ritenuto non in contrasto con le nostre leggi il fatto di indossare il “burqa” in un luogo pubblico.
Non contesto ovviamente, non ne ho la competenza, questa sentenza dal punto di vista giuridico: sarà senz’altro in linea con le più sofisticate interpretazioni del diritto.
Mi limito, come normale cittadino, a ritenerla in contrasto con il comune buon senso.
Qui non sono certamente in discussione le libertà civili costituzionalmente garantite: è del tutto palese che il mascheramento di una persona, per strada o in un ufficio aperto al pubblico, è in contrasto con le normali regole di convivenza che regolano la nostra civiltà.
Io penso, a proposito della sentenza di Cremona, che siano proprio queste incomprensibili e inutili “fughe in avanti” (per altro contrastate da tutte le maggiori comunità islamiche in Italia) a portare acqua alla becera propaganda xenofoba che tende a fare d’ogni erba un fascio e che trova alimento e concime proprio in queste situazioni estreme.
Se poi, come in questo caso, la legittimazione in nome di una presunta libertà finisce per favorire il sopruso e la segregazione nel confronto delle donne, allora bisogna proprio pensare che quella sentenza sia ben lontana dall’essere ragionevole.
Un cordiale saluto.

Angelo Bruno Protasoni - Gallarate

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