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Il conflitto palestinese e il fattore “religione”

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10 gennaio 2009

Egregio Direttore,
finora ho scritto, rispetto al conflitto in Palestina, senza considerare il fattore “religione”, valutando quindi i due popoli come se fossero mossi da motivazioni differenti da quelle religiose. Ho preferito quest’approccio perchè, per cercare il bandolo della matassa, necessariamente bisogna eliminare i “componenti accessori”, badare all’essenza. Infatti, ad una lettura aconfessionale del conflitto, appaiono chiare le responsabilità ed umane le reazioni, tranne che per quella parte, illogica, che muove gli ebrei ad invadere ed i palestinesi a lanciare razzi.
Nei conflitti, ancor prima che si manifestino, la religione è sempre una complicazione aggiuntiva, spesso usata strumentalmente dalle parti per propria convenienza. Se i due popoli fossero stati davvero insensibili alla religione, forse il conflitto nemmeno ci sarebbe. Il movimento sionista non avrebbe avuto presa, poichè sarebbe mancato, o non sarebbe stato considerato, il comando divino di prendere possesso della terra promessa e di dominare sugli altri popoli. Il movimento di Hamas non avrebbe nel proprio statuto, come fa notare la signora Morandi, il Corano come arma di combattimento, e “la morte per la gloria di dio come più caro desiderio”. Ho sempre fatto fatica a comprendere perchè, ebrei sparsi per il mondo e radicati nei rispettivi luoghi di residenza, abbiano scelto di lasciare tutto per andare in una terra posseduta dai loro avi di almeno cinquanta generazioni prima. Faccio ancor più fatica a capire perchè, ebrei odierni, ben conoscendo i rischi che si corrono a vivere in Israele, decidano tutt’oggi di lasciare tutto e trasferirsi là. Similmente mi chiedo per quale ragione molti palestinesi, pur vivendo situazioni al limite della resistenza umana, non abbiano scelto di andarsene quando (se) potevano farlo. Azzardo un’ipotesi. Potrebbe trattarsi di una sorta di “selezione naturale”, secondo la quale i credenti più convinti sono/ vanno/ restano in Israele/Palestina, mentre coloro che non sentono il richiamo religioso scelgono di non andare/andarsene da quelle terre. Non è l’ipotesi che spiega tutto (fra gli israeliani c’è anche chi rimane per interessi diversi), ma se fosse vera si potrebbe affermare che il proseguimento del conflitto dipende dalle religioni, e quindi spetterebbe alle rispettive religioni richiamare all’ordine i propri “fedeli”, quindi calmierare gli animi.
Cordiali Saluti

Silvano Madasi

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