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Il contenuto della forma: ancora a proposito del ‘caso Saviano’

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24 agosto 2011

Egregio direttore,
consentimi di tornare sul ‘caso Saviano’ e di replicare anche alle osservazioni anticritiche dell’ottimo Caielli.

Parto ancora una volta, poiché la ritengo una mossa didatticamente opportuna, dalla domanda: chi è Saviano? E parto da questa domanda perché sono convinto che nella domanda, e non solo nella risposta, sia contenuta la chiave della nostra discussione. Infatti, ha una palmare evidenza la circostanza per cui l’immagine pubblica dell’autore di “Gomorra” fa aggio sul libro a tal punto che è difficile distinguere il libro da tale immagine e la fortuna del libro finisce con l’essere inscindibilmente legata al personaggio pubblico nel quale si è trasformato il suo autore. Certo, Saviano ha scritto cose importanti, ma non delle novità assolute che non fossero già ampiamente note grazie alle indagini sociologiche e alle inchieste giornalistiche di cui è ricca la letteratura sulla camorra e sulla mafia. In realtà, il ‘caso Saviano’ nasce (non dalla novità dei contenuti ma) dal fatto che Roberto Saviano è diventato l’icona della lotta contro la camorra e lo è diventato nel momento stesso in cui si è consegnato, con le braccia e i piedi completamente legati, ai ‘mass media’, ostaggio non si sa quanto renitente (soprattutto se si considerano gli enormi introiti economici di cui ha beneficiato e continua a beneficiare) di una retorica ‘bipartizan’ funzionale alla costruzione di un mito contemporaneo.

Ecco perché nel mio intervento ho concentrato l’analisi sull’operazione letteraria, anzi editoriale, di cui Gomorra è il prodotto. So bene che questi meccanismi non caratterizzano soltanto il ‘modus operandi’ della Mondadori e del suo ‘editor’, ma più in generale l’industria culturale (letteraria, discografica o musicale che sia); tuttavia, non si può negare che Saviano debba, in modo specifico e determinante, il successo commerciale e mediatico che ha ottenuto all’abilità e alla originalità della rielaborazione effettuata dall’‘editor’, che non va confusa, come fa Caielli che arriva incongruamente a citare le ‘risciacquature’ manzoniane, con le riscritture del testo operate dall’autore stesso.

Ma vi è di più: io penso infatti che, al di là delle prese di posizione pubbliche e delle frequentazioni politiche dell’autore di “Gomorra” con ambienti dell’estrema destra, su cui ha insistito Orbilius, l’impianto e lo stile stesso del libro sono culturalmente di destra. Si tratta, a questo punto, di analizzare il contenuto della forma: il che, ne convengo, può risultare forse un po’ ostico a chi ha scarsa dimestichezza con la dialettica e con la sua applicazione alla critica letteraria (la quale nella lettura e nell’interpretazione di un testo va oltre il grezzo quesito su “che cosa dice?” e cerca di rispondere, ovviamente individuando i nessi con il contenuto, al quesito su “come lo dice?”).

Saviano, in effetti, a guisa di un novello D’Annunzio o di un redivivo Céline, compie il suo “Voyage au bout de la nuit” presentandosi al lettore nelle vesti di chi indaga sui misfatti e sulle atrocità che si verificano nell’universo criminale della camorra e nell’ambiente sociale di Napoli e delle zone circonvicine (senza, peraltro, dire una sola parola sul sistema politico-istituzionale e sui rapporti fra tale sistema e il mondo della criminalità organizzata).

Ma, oltre alla ‘fictio’ irrazionalistica di questo personaggio, ad un tempo demiurgico, salvifico e narcisistico, che rende indistinguibile la voce narrante sia dall’autore sia dagli altri personaggi che vengono descritti nel libro, quello che non si capisce (altro sintomo di irrazionalismo) è se “Gomorra” sia un saggio, un’inchiesta giornalistica o un romanzo. Che sia un amalgama ben riuscito lo prova a posteriori il successo commerciale, ma non è per nulla dimostrabile per mezzo di un’analisi sia contenutistica che formale del testo, il quale, dal canto suo, gioca allegramente sull’ambiguità tra finzione e realtà e sulla mescidanza di generi tra giornalismo, saggio sociologico e romanzo. Così, da queste considerazioni esce ancora una volta confermata l’impressione, ormai prossima a convertirsi in certezza, che il significato di “Gomorra” sia quello di un artefatto letterario costruito, per l’appunto, attorno a un tavolo redazionale secondo il modello (rivisto e aggiornato) del ‘feuilleton’ ottocentesco. Del resto, come non vedere che la prima vittima della costruzione di un mito contemporaneo, ‘bipartizan’ e interclassista quel tanto che serve a mettere d’accordo uno schieramento che va da Fini a Napolitano garantendo nel contempo gli interessi editoriali di Berlusconi, è (dal punto di vista del rapporto con la realtà e con la stessa attività letteraria) proprio Saviano, il quale ha finito con l’assumere un ruolo di profeta che è forse troppo pesante per le spalle di un giovane trentenne.

Non condivido pertanto l’invito di sapore liberista e anche un po’ qualunquista (perlomeno in senso culturale), con cui Caielli conclude la sua lettera: «…lasciamo che ognuno scriva quel che vuole e come vuole, nessuno è obbligato a comprare i libri che non vuole leggere. Il problema semmai sono i libri e le notizie che non riusciamo a leggere». Il problema non è quello di lasciare che ognuno scriva quel che vuole e come vuole: ci si dimentica infatti che i confini della libertà di espressione sono, sì, formalmente garantiti dalla Costituzione, ma anche ferreamente delimitati dai rapporti di produzione esistenti. Il problema, che forse sfugge a chi fa quell’invito, è invece quello della legittimità e della produttività di una critica demistificante, il cui oggetto è costituito da un’operazione editoriale e da una retorica politica nazionale e il cui obiettivo è proprio quello di creare spazio per “i libri e le notizie che non riusciamo a leggere”.

Eros Barone

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