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Il default visto dai ventenni

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6 settembre 2011

Gentile Direttore,
il mio paese rischia il default! Sono giorni che penso a questa frase, alla manovra, alla mancanza di
un governo coeso e capace di guidarci fuori dal pantano, alla crisi morale di tutte le parti politiche,
alla totale mancanza di voler fare dei sacrifici insieme, allo sciopero, ai lavoratori, alle famiglie e ai
miei coetanei, soprattutto.
Non conto nulla, sono un codice fiscale per l’ufficio delle entrate e una studentessa da mantenere
per il ministero dell’istruzione, insomma: ho vent’anni ed una notte davanti per spiegare, a me
stessa e a chi avrà voglia di comprendere, come vivo questo momento cruciale della vita del mio
paese. Continuo a farmi sempre la stessa domanda: io cosa posso fare? C’è chi cercherebbe di
affogarmi nel nichilismo, c’è chi mi spronerebbe a scioperare, c’è chi mi direbbe di tornare a studiare e chi, invece, mi guarderebbe sgranando gli occhi dicendomi “ma davvero? Non ne sapevo nulla!”.
Cerco di capire cosa poter fare, rifletto, vedo degli amici al bar e ne parliamo, mi informo arrivo
addirittura a leggere la manovra, cerco risposte tra gli slogan delle opposizioni… Non le trovo.
Collaboro alla stesura di un comunicato stampa in cui esprimo l’adesione dei giovani democratici
allo sciopero della CGIL di oggi e lo faccio per responsabilità e stima verso gli amici del
movimento politico giovanile che a livello locale rappresento. Invio il comunicato ai giornali
intanto che gli altri stanno realizzando che io non scenderò in piazza con loro. Questo non sarà un
problema: comprendono le mie ragioni e sanno il perché mi spingo a divulgarle. Sanno che in
questo momento la vita di un ventenne si divide tra la voglia di elaborare innovazione e desiderio di
essere autori di questi cambiamenti indispensabili, la tipica mania riformista che forse spingerà
un’intera generazione ad un’apparente schizofrenia politica, ma che non si può far a meno di
ascoltare.
Ho sempre pensato che scendere in piazza volesse dire lottare e sostenere i propri principi e valori.
Questa volta, invece, non trovo le ragioni per manifestare contro la manovra, non perché sia un
disegno politico-economico coerente e ben fatto, anzi. Ma credo che un paese abbia il governo che
si merita e che questa manovra sia il prodotto di tutti coloro che nella propria vita hanno votato con
superficialità l’amico, il parente, il conoscente e il vicino di casa solo perché almeno avrebbero
potuto andare a lamentarsi con lui dei propri problemi, senza pensare alla competenza di queste
persone che poi sono andate a costituire la base di una classe dirigente ancora più incompetente di
loro. Non è scioperando che un tale vuoto istituzionale può essere colmato, non è scioperando che
vedo una via per il futuro, non è la piazza troppo calpestata da mille colori che innoverà il nostro
mercato del lavoro, regolerà il nostro mercato immobiliare e stabilizzerà quello finanziario.
Credo nella sana ed onesta politica, fatta da coloro che non si sono mai inchinati a nessuno per
avere un posto e che hanno portato sempre con loro la competenza di un settore o di più aspetti
della società civile. Credo nella possibilità che un giorno i giovani escogiteranno nuovi metodi di
contestazione e che non avranno bisogno di far perdere né un giorno di paga ai lavoratori ne un
giorno di produzione a chi cerca di investire in questo stanco, ma stupendo paese.
Credo nella necessità di riformare prima gli italiani e poi, ancora una volta, l’intera nazione.
Voglio verità dalla politica, voglio una dialettica fatta di semplicità e poca programmazione
neurolinguistica, voglio un paese unito sempre, anche nei momenti di difficoltà. Voglio che i
funzionari e che i tecnici dei nostri enti pubblici siano più ascoltati e meno soggetti alle ingerenze
della classe politica. Voglio dei professionisti non corruttibili e capaci di accettare un mondo in cui
le corporazioni che ci portiamo avanti dal medioevo non esistano più. Voglio comuni capaci di
ammettere che se unissero gli apparati amministrativi riuscirebbero a governare meglio le risorse.
Voglio province che sappiano elaborare una proposta di riassorbimento delle competenze e dei
lavoratori in un’ottica consorziale tra comuni.
Di noi ventenni parlano le canzoni, qualche libro, le foto su facebook, i sondaggi, qualche azienda
che fa business su di noi, qualche professore particolarmente illuminato e le nostre madri… forse
nessuno si rende conto che un giorno diventeremo adulti e che il paese si dovrà reggere sulle nostre
spalle. A coloro che credono che noi giovani siamo tutti stupidi e assolutamente apatici dico che si
sbagliano, dico che ci sono le riforme nel cuore e la voglia di realizzarle nella ragione. Dico che
questo momento ci sta insegnando a vivere seguendo altri modelli morali e politici rispetto a quelli
che vediamo. Dico che la ragione dello Stato sarà più forte quando, da questi momenti storici, si
sarà compreso che la divisone sociale oltre che istituzionale non porta assolutamente a nulla.
Dopo queste sudate righe il mio orologio mi fa notare che sono le 3:00 di notte, ma so che se
potesse davvero esistere un dialogo tra macchine, come qualche mente futurista sta cercando di
realizzare, sono certa che il mio computer direbbe a questo benedetto orologio di stare zitto perché
sono rare le notti in cui stare svegli fino a tardi pensando al mio paese mi portano ad un grande
risultato: quello della voglia di continuare a dare il massimo per migliorarlo, quello della voglia di
coinvolgere e rimanere coinvolta dalla mia stessa generazione che ha la fortuna di toccare con mano
i grandi spauracchi del pensiero politico moderno. La contemporaneità ci ha insegnato che il
capitalismo, la globalizzazione, la liberalizzazione, il liberismo, la privatizzazione e la
municipalizzazione sono piani di sopravvivenza a mio avviso ne buoni ne cattivi, dipendono da chi
li usa e come.
L’unico motivo per cui questa notte mi tiene sveglia è la certezza che questo paese non è una
“merda”, ma un’occasione per mettere in gioco delle menti oneste e riformiste.
Erica Lenzi

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