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«il manifesto» di questi ultimi decenni: da “quotidiano comunista” a gazzetta social-liberale

il manifesto
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20 maggio 2017

Spetterà agli storici che si occuperanno della stampa politica della sinistra italiana individuare, se ne avranno tempo e voglia, il ‘turning point’ in cui si è prodotta la mutazione del «manifesto» da “quotidiano comunista” (quale fu, forse, nella sua fase di esordio) in una gazzetta social-liberale, mosca cocchiera di una sinistra, come quella italiana, in larga parte opportunista, revisionista e filo-imperialista. Infatti, vi è sempre un inizio: come il virus infetta il corpo, così la ruggine logora il ferro.

Occorre pertanto chiedersi: che cosa ha condotto un’importante esperienza politico-culturale, qual è stata quella del «manifesto», alla insulsaggine e alla miseria odierna?

Eppure, alcuni anni fa, in occasione di una delle periodiche crisi di vendite del giornale, ci aveva colpiti, e spinti a riflettere, la coincidenza fra lo scatenamento delle tendenze più reazionarie della destra economica, politica e culturale che domina questo paese e l’Europa, e l’autocritica, ai limiti dell’abiura, recitata da personaggi che, come Rossana Rossanda, erano stati un significativo punto di riferimento per generazioni di intellettuali della sinistra, come è possibile, dicevamo, che questi personaggi arrivino ad affermare che tutto ciò che avevano fatto e in cui avevano creduto era sbagliato e addirittura aberrante? Perché questo ha fatto la Rossanda nel 2012, quando ebbe a fornire la sua spiegazione della crisi di vendite del “manifesto” (meno di quindicimila copie giornaliere). La Rossanda si chiese allora: “Se non possiamo più dirci comunisti che cosa siamo?”.

Orbene, ribadisco la tesi, che ho già esposto in altre occasioni, secondo cui la catastrofe storico-morale dei gruppi dirigenti della sinistra storica italiana nasce dall’opportunismo e dal revisionismo, cioè dall’abbandono, sul piano teorico e ideale, del marxismo come teoria scientifica del capitalismo, della lotta di classe e della transizione al comunismo, nonché dall’adozione, sul piano politico e ideologico, di un punto di vista eurocentrico ed occidentalista. Questa catastrofe storico-male apparve in tutta la sua evidenza durante la guerra imperialista del 2011, che condusse alla distruzione della Libia. In quella drammatica congiuntura, la Rossanda non solo arrivò a giudicare positivamente la rivolta armata secessionista contro la Jamaihriya di Gheddafi, ma fornì una giustificazione assurda dell’intervento dell’imperialismo occidentale affermando che tale intervento era dovuto a ragioni elettorali interne alle Francia. Così, il «manifesto» coonestò da sinistra l’atroce guerra coloniale che ha frantumato la Libia e l’ha ridotta ad un inferno di tipo iracheno. Già allora i comunisti, fra cui lo scrivente, si posero la seguente domanda: a che serve il «manifesto» se non serve come arma di organizzazione, di critica e di conoscenza dei soggetti sociali e politici realmente antagonisti? In realtà, da tempo il processo di corrosione del ferro era assai avanzato, così come nel resto della sinistra italiana, e la ruggine, per quanto ricoperta da spessi strati di eclettica cultura post-moderna e di bolsa retorica tardo-azionista, si era estesa sempre di più. Perfino fondatori del giornale come Rossanda e Parlato, che avevano preminenti responsabilità in questo processo degenerativo, ne riconobbero l’incontestabile esistenza, affermarono che il giornale aveva finito di svolgere la sua funzione e cominciarono a prenderne le distanze.

A questo punto, la domanda su quale fosse la funzione che doveva svolgere quel giornale ammetteva una sola risposta: quella di trasformare diverse generazioni di compagni da comunisti potenziali in liberali estremi, andando ad infoltire i ranghi di quell’esercito d’opinione radical-borghese che ha il suo nume tutelare in Scalari, il suo organo di stampa nella «Repubblica» e i suoi vessilliferi, indipendentemente dal settore politico di appartenenza, in esponenti intellettuali e in giornalisti come Toni Negri, Mario Tronti, Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Aldo Bonomi, Adriano Sofri, Paolo Liguori, Gad Lerner, Luigi Manconi, Erri De Luca, Enrico Deraglio, tanto per citarne alcuni. Altre domande sgorgavano poi da quella prima domanda, e la riposta era sempre la stessa: non è forse il «manifesto» la scuola quadri che ha formato politicamente personaggi come Tiziana Maiolo, Lucia Annunziata, Gianni Riotta e Dario Di Vico, tutti pennivendoli al soldo del capitale, ben inseriti sia nel mondo di associazioni riservate come l’“Aspen Institute” o il “Council on Foreign Relation”, sia nei maggiori mezzi di comunicazione nazionali? Inoltre, come non ricordare che il maggiore intellettuale della destra populista, un certo Giulio Tremonti, scriveva, sempre sul «manifesto» negli anni ottanta del secolo scorso, con lo pseudonimo di “Lombard”? Davvero è difficile riuscire a comprendere come si possa conciliare l’aggettivo ‘comunista’, scritto sulla testata di questo giornale, con i nomi di quei finanziatori, appartenenti ad importanti frazioni del capitalismo italiano, che a più riprese hanno contribuito a sostenere questo giornale. Sorge ancora una volta spontanea la domanda se sia possibile che simili finanziatori fossero interessati all’espansione del comunismo oppure se il loro vero interesse fosse quello, operando soprattutto in direzione di quella parte delle nuove generazioni che si era maggiormente radicalizzata, di frenarlo e di deviarlo, controllandolo e inquinandolo.

Una cosa è certa: oggi siamo giunti al traguardo cui tendevano quel processo e quel progetto: sulla scheda elettorale che ci viene consegnata in occasione di elezioni-farsa basate sul fraudolento sistema maggioritario, vi sono tutti i colori possibili a rappresentare una pletora di partiti e formazioni liberali, tranne il rosso con la falce e il martello della bandiera comunista.

Sennonché, ignorando tranquillamente gli elementi materiali e ideologici che caratterizzano la storia del «manifesto», storia che qui si è richiamata a grandi linee, Gian Marco Martignoni (cfr. la sua lettera del 18 maggio scorso) non si périta di rivolgersi al colto e all’inclita suonando la grancassa “ad maiorem ‘manifesti’ gloriam”, e così enfatizza: «…con la scomparsa di Valentino Parlato, dopo la morte dell’indimenticabile Luigi Pintor e di Lucio Magri (…), la sinistra italiana perde il  compagno che per storia, carattere ed arguzia politica ha permesso che il “quotidiano comunista”, apparso con il suo primo numero il 28 aprile del 1971, sia dopo quarantasei anni ancora felicemente [sic] presente nelle edicole del nostro Paese».

Dopo questo esordio celebrativo Martignoni abbassa il tono e prosegue con maggiore sobrietà formulando i seguenti giudizi (uno causale e l’altro comparativo, entrambi errati): «I limiti che possono essere evidenziati rispetto alla sua [del «manifesto»] impostazione editoriale riflettono il dramma in cui è precipitata da tempo la sinistra alternativa radicale e comunista nel nostro paese, per via di una frammentazione che non ha eguali in Europa. Se solo guardiamo alla Francia, un risultato politico e sociale come quello ottenuto da France Insoumise è da noi impensabile, per tante ragioni che meriterebbero più di una riflessione autocritica». Io dunque mi chiedo come si possa, in un ragionamento politico sullo stato della sinistra italiana, ripetere il mantra della presunta “frammentazione”, disconoscendo le discriminanti di classe che attraversano ciò che resta di quel corpo sociale. Se non gli facessi troppo onore, mi verrebbe da parafrasare a Martignoni la domanda che Stalin, in uno dei loro colloqui, ad un certo punto rivolse a Mao Zedong: «Ma Lei, compagno Martignoni, è un marxista?».

Tralasciamo, per non tediare i pochi lettori di questa polemica politico-ideologica (e, si dovrebbe aggiungere, ‘etico-culturale’), il confronto con la situazione della sinistra francese, laddove, ‘ça va sans dire’, il termine di riferimento addotto da Martignoni è una versione populista, piccolo-borghese e sinistreggiante della socialdemocrazia come la France Insoumise di Mélenchon, e soffermiamoci, per concludere, sul caso italiano, che Martignoni qualifica come un “dramma”. Mi rifaccio pertanto a Gramsci e agli insegnamenti scientifici e politici elaborati dal pensatore sardo riguardo alla costruzione del partito comunista: insegnamenti che suppongo siano conosciuti anche da Martignoni. Orbene, che cosa vuol dire per Gramsci costruire il partito comunista? Qui si colloca una prima importante riflessione. Infatti, per Gramsci costruire il partito comunista non significa costruire un partito più ‘a sinistra’ delle socialdemocrazie italiane, ma, al contrario, un partito radicalmente diverso. I comunisti, come Gramsci non si è mai stancato di sottolineare, non sono più radicali, più ‘a sinistra’ dei socialisti, ma sono esattamente l’opposto; sono, cioè, un partito rivoluzionario contrapposto ad un partito riformista, poiché non si collocano al polo opposto dei socialisti rispetto ai problemi (sindacali, politici e morali) di una stessa classe, ma su un fronte di classe opposto. Ciò significa che il partito comunista è l’avanguardia della classe operaia, mentre i socialdemocratici sono l’ala ‘sinistra’ della borghesia e, nel periodo in cui Gramsci scriveva (1923-1926), del fascismo. Ecco perché, prima ancora di essere un problema di linea politica, il problema della costruzione del partito comunista è per Gramsci un problema “morale”, di “concezione del mondo e della vita”, di sano “spirito di scissione”, attraverso i quali approfondire e rendere irreversibile la rottura con la socialdemocrazia. Ciò spiega come mai i problemi della formazione ideologica di massa e della formazione del gruppo dirigente assumano, in quel periodo, un posto centrale nella elaborazione gramsciana.

Martignoni chiude il suo intervento evocando, oltre all’intangibile postulato della «ricomposizione delle sinistre», il compito, che egli attribuisce incongruamente al “quotidiano comunista” (le virgolette sono sue), di non dismettere «la critica serrata al modo di produzione capitalistico». Se quel postulato è la tipica espressione di una ‘forma mentis’ opportunista, poiché l’unico modo in cui può realizzarsi una siffatta “ricomposizione”, che dovrebbe includere personaggi come Vendola, Bersani, Fassina e Pisapia, è quello costituito dal più sfacciato opportunismo e dal più bieco riformismo nella gestione subalterna del sistema esistente, la “critica serrata del modo di produzione capitalistico” è la solita mozione degli affetti, puramente esornativa dal punto di vista teorico e del tutto innocua da quello politico, con cui il vizio, come accade nell’ipocrisia, rende omaggio alla virtù. Al contrario, ecco ciò che Gramsci afferma circa il nodo, strategicamente decisivo, del rapporto tra partito e masse: «Il partito rappresenta non solo le masse lavoratrici, ma anche una dottrina (…) e perciò lotta per unificare la volontà delle masse nel senso del socialismo (…). Il nostro partito attua la volontà di quella parte più avanzata delle masse che lotta per il socialismo e sa di non poter avere per alleata la borghesia in questa lotta, che è appunto lotta contro la borghesia. (…) Questa volontà (…) disgrega gli altri partiti operai – operai per la loro composizione sociale, non per il loro indirizzo politico»

(A. Gramsci, “La costruzione del Partito Comunista – 1923-1926”, Einaudi, Torino 1971, p. 239). Gramsci pone quindi come obiettivo dei comunisti la teoria e la pratica di quello “spirito di scissione” che si può considerare base e principio del suo insegnamento scientifico e politico. È questo l’insegnamento di Gramsci di cui occorre, soprattutto oggi, far tesoro per la lotta comunista contro lo Stato democratico-borghese, contro i partiti riformisti e contro le tendenze opportuniste, dovunque e comunque si manifestino.

Eros Barone

P.S.: osservo che Martignoni, nella sua ansia di valorizzare ciò che non è più valorizzabile, scrive sempre “manifesto” con la emme maiuscola. Ma dovrebbe scrivere “manifesto” con la emme minuscola, esattamente come scelsero di fare i suoi fondatori per differenziare il giornale da quel grande e classico “Manifesto” a cui alludeva il suo titolo.

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