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Il migliore

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22 giugno 2011

Caro direttore,

la polemica che si è riaccesa in questa rubrica a proposito della dicotomia ‘fascismo-antifascismo’ mi spinge ancora una volta (e tu mi perdonerai perché ciò a cui mi riferisco è connesso con l’eternità) a rendere esplicito e riaffermare il carattere (non solo politico e ideale ma anche) irriducibilmente metapolitico e, quindi, etico dell’antitesi tra fascismo e antifascismo. Un’antitesi che, essendo eterna (in senso trascendentale), implica un’opposizione tra contrari che non contempla termini intermedi ed esclude, per definizione, qualsiasi possibilità di mediazione e, dunque, di pacificazione. Esattamente come accade con le coppie opposizionali ‘pari-dispari’, ‘legale-illegale’, ‘educativo-diseducativo’, anche quella tra fascismo e antifascismo è incomponibile. In questo senso, è da ritenere perfettamente vero il corollario che inesorabilmente discende dalla secca logica degli opposti or ora evocata: il peggiore degli antifascisti sarà sempre migliore del migliore dei fascisti.
Ma vi è di più: se infatti, da un lato, è certamente vero che l’antifascismo esprime un’antitesi radicale ed è la negazione determinata del fascismo, ciò non significa, dall’altro, che esso sia un blocco unico e indifferenziato, come ìndica la compresenza, al suo interno, delle diverse correnti politiche, sociali e ideali che, raccogliendo l’aspirazione alla libertà e al riscatto espressa dai settori più avanzati del popolo italiano, hanno animato la Resistenza e prodotto, nonostante l’insorgere di aspri contrasti interni e internazionali, la Costituzione tuttora vigente.
Riguardo poi al corollario antiperbenistico e antiretorico posto prima in evidenza, è doveroso ricordare che un grande scrittore italiano, Italo Calvino, ha dimostrato di aver intuìto in modo geniale il carattere profondo dell’antitesi ‘fascismo-antifascismo’, scegliendo, nel suo magistrale esordio narrativo, “Il sentiero dei nidi di ragno”, di incarnare la Resistenza (non in una formazione partigiana disciplinata e impeccabile ma) in un gruppo di sbandati raccogliticcio, sciamannato ed eterogeneo, tra i componenti del quale e i delinquenti corre, talora strappandosi, appena un sottile filo di seta. E ha fatto molto bene a consegnarci questa rappresentazione della Resistenza, che vale anche a futura memoria, perché, lo ribadisco, il peggiore degli antifascisti sarà sempre migliore del migliore dei fascisti.
Per quanto concerne la questione della “zona grigia”, intesa come quella parte della popolazione che fra il 1943 e il 1945 non si schierò apertamente né con la Resistenza né con la Repubblica sociale italiana, è noto che si è cercato di proporne una rivalutazione. In realtà la “zona grigia”, che è un’espressione mutuata da Primo Levi ma con una profonda alterazione del significato (nei lager era la zona della collaborazione dei deportati con le SS), è un fenomeno piuttosto complesso, che si presta però a disinvolte generalizzazioni sul terreno della lotta politica da parte di coloro che si sforzano di riscattarla dal ‘grigiore’ opportunista in cui fu prevalentemente immersa e ne fanno la “sanior et maior pars” del popolo italiano (un popolo che peraltro, è bene ricordarlo, si è salvato dai processi di Norimberga solo grazie alla Resistenza). Sennonché, dal punto di vista di chi detiene il potere, e tali erano i fascisti della Repubblica sociale, gli ignavi sono pur sempre meno pericolosi dei ribelli, anche se non tutti quelli che non imbracciarono un fucile furono ignavi e ‘grigi’, o addirittura consenzienti. In definitiva, l’enfatizzazione della “zona grigia” porta a dilatare la categoria degli opportunisti e dei voltagabbana, che certo non mancarono, e risulta miope di fronte al passato, rassegnata di fronte al presente e cinica di fronte al futuro.
Infine, dal momento che, nel corso di questa polemica, è stato opportunamente citato il saggio di Claudio Pavone, “Una guerra civile”, consiglio ai lettori più motivati di leggere, in particolare, il 7° capitolo sulla questione della violenza, che affronta, tra gli altri, i problemi della differenza tra violenza resistenziale e violenza fascista, dell’autodisciplina e della organizzazione della violenza, delle rappresaglie e delle contro-rappresaglie, nonché l’8° capitolo sulla politica e l’attesa del futuro, che tratta temi come il rapporto di unità/distinzione tra la politica e la morale, il rapporto tra pubblico e privato, il rapporto fra le generazioni, i conti col passato e il senso del futuro.

Eros Barone

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