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Il popolo delle statue di cera: un incubo

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1 agosto 2011

Egregio Direttore,
 
recentemente mi è accaduto di avere un incubo. Premetto che qualche ora prima
della notte in cui ho avuto tale incubo avevo mangiato molto e bene (sono infatti
un’amante della buona tavola) e mi trovavo in ottima compagnia. I miei commensali
avevano saputo creare un’atmosfera gaia che non mi portava a supporre di dover
vivere, qualche ora più tardi, una siffatta esperienza onirica. Ancora adesso fantasmi
sfocati accompagnano la memoria di quel sogno, che tenterò di narrare.
Mi trovavo da qualche parte sul lago di Garda, forse vicino al Vittoriale, nei
dintorni di Salò. Camminavo per le strade di un ameno paesino, il sole luccicava sulle
fronde degli alberi e irraggiava di luce il bel lago, la gente passeggiava serena, gli
uccellini cinguettavano ecc. ecc. Tuttavia, percepivo una strana atmosfera, che mi
metteva addosso un senso di disagio e oppressione, per cui non riuscivo a godere
appieno della bellezza che mi circondava. All’improvviso, mentre camminavo lungo
il marciapiede, vidi sfrecciare e inchiodarsi una Lamborghini: il colore non me lo
ricordo. Ma ricordo con una certa sicurezza il colore della camicia di uno dei due
viaggiatori che scese dal veicolo, un bellissimo verde smeraldo. Il verde, si sa, è
legato alla speranza. Peccato che a indossare la camicia fosse nientemeno che il
Trota. Non mi torna in mente con esattezza ciò che avvenne dopo. L’incubo, però, è
continuato. Nella parte successiva del sogno l’ambientazione è abbastanza indefinita,
ma avevo l’impressione di trovarmi in un luogo buio e polveroso, una specie di
cantina. Intorno a me, nella penombra, mi accorsi che vi erano delle persone,
immobili. Mi chiesi perché quella gente stesse in quel posto oscuro e umido, ma ad
attirare la mia attenzione, forse perché si trovavano in un cono di luce proveniente da
qualche buco del soffitto, furono dei personaggi, anch’essi immobili: vi era infatti il
Trota, in compagnia stavolta di due donne bionde: una sembrava più giovane
dell’altra e indossava un tailleur che le conferiva un’aria di bambola ingessata;
l’altra, di aspetto più maturo, aveva un viso stanco che tradiva un’espressione
rassegnata ma attenta. Quest’ultima indossava un turbante simile a quelli esibiti dai
sedicenti maghi che si fanno pubblicità nelle televisioni locali. Il Delfino (pardon, il
Trota) del Senatùr era sdraiato su un lettino simile a quelli che si trovano negli studi
degli psicologi e aveva un’aria beata, lo sguardo rivolto verso il soffitto e la bocca
semiaperta; la bionda più giovane era seduta su una seggiola accanto al lettino e, con
un sorriso tanto smagliante quanto falso, guardava nella mia direzione. Mi avvicinai
lentamente per osservare meglio, ma (mi sembra anche ora di rivivere l’orrore che da
quel momento cominciò a crescere) mi accorsi che quelle non erano persone. Erano
infatti statue di cera a grandezza naturale che riproducevano personaggi di ogni tipo:
politici, soubrette, prìncipi, personaggi dello spettacolo e via dicendo. Qualcuno le
aveva disposte come se avesse voluto farle apprezzare da ignoti visitatori, una copia
ammuffita del museo delle cere di Madame Tussauds. All’improvviso, la statua della
giovane donna, le cui fattezze stavano lentamente sfigurandosi, si mosse verso di me.
 
Sentivo (lo ricordo bene) il cuore che mi galoppava. Arretrai spaventata, ma la mia
schiena urtò contro qualcosa. Mi volsi di scatto e vidi, illuminate all’improvviso da
chissà quale luce, altre statue di cera che si stavano sciogliendo come se fossero state
esposte al sole: erano figure di operai, studenti, precari, insegnanti, donne con i figli
in braccio. I loro visi erano sfigurati ed esprimevano sentimenti misti di sofferenza e
di ira, sulle loro bocche le urla sembravano come congelate; le loro figure erano, pur
nell’immobilità, frementi, e sembravano formare un unico grande corpo nell’atto di
elevarsi. Mi accorsi solo a quel punto che mi trovavo tra il gruppo delle statue e le tre
figure sopraccitate, le prime in una posizione che le vedeva protendersi verso le
seconde. Tutte le statue si stavano sciogliendo, ma quella della giovane bionda,
alzandosi dalla sedia, si avvicinò a me con movimenti disarticolati, come fosse un
burattino mosso da fili invisibili. Fui percorsa da un brivido di orrore; la sua faccia,
nello sforzo di sorridere, si contrasse invece in un ghigno orrendo, mostruoso.
Ricordo solo alcune delle parole che mi rivolse stizzosamente: “Faccio guadagnare
16000 euro al mese a un consigliere regionale, senza che lui ne abbia i requisiti … e
allora?? se gli studenti di famiglie con un reddito basso fanno fatica ad arrivare alla
quarta settimana del mese e a vivere in modo dignitoso, non è certo colpa di un solo
ragazzo che vuole divertirsi un po’! Dovreste invece capire che noi lo facciamo per il
bene della nostra terra, affinché non venga appestata dalla presenza di tutti questi
sporchi extracomunitari!”. Le tre statue, quella della donna in tailleur, del Trota e
della maga si trasformarono in masse informi.
Mi svegliai, madida di sudore e con una senso di angoscia. Mi ripromisi di non
eccedere nei pasti serali, ma pensai pure che questo saggio proponimento non sarebbe
bastato a scacciare dalla mia mente il timore che quell’incubo potesse diventare
realtà.
Angelica Bandenere

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