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Il problema dell’‘imbecillità proletaria’

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15 ottobre 2007

Egregio direttore,

la partecipazione di tre milioni di persone ad un sondaggio demoscopico sul leader del Partito democratico, travestito da elezione politica e camuffato da alternative fasulle, e il consenso espresso dall’80% dei lavoratori e dei pensionati ad un accordo che prevede l’elevamento dell’età pensionabile, l’estensione delle forme di precarietà e l’aumento dello sfruttamento sono due eventi che pongono, a mio giudizio, il problema della individuazione delle fonti e dei meccanismi di ciò che non si può non definire ‘imbecillità proletaria’.
Uso questa espressione senza alcuna connotazione di facile compiacimento per un sintagma che coincide con un insulto, e non mi sfugge né che una parte importante del proletariato industriale ha assunto una posizione di classe corretta, cioè razionale, né che, in politica, l’imbecille è qualcuno di cui non è sempre possibile ridere.
Orbene, facendo confluire i percorsi semantici di ‘imbecillità’ e di ‘proletariato’ e mostrando che essi non procedono necessariamente paralleli, ma facilmente convergono, vorrei compiere qualcosa di più che un’operazione dissacrante. Non si deve dimenticare infatti che un certo numero di osservazioni e indicazioni per costruire una teoria delle fonti e dei meccanismi dell’‘imbecillità proletaria’ si ricava da un opuscolo di Lenin intitolato “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” (una cui traslitterazione in chiave attuale potrebbe suonare “L’opportunismo politico-sindacale, malattia senile del proletariato”). In questa prospettiva, bisognerebbe, inoltre, rimeditare la stessa concezione leninista del partito in quanto organizzazione composta da rivoluzionari di professione, da individui educati e messi in guardia, da un lato, contro le semplificazioni dell’estremismo e del settarismo e, dall’altro, contro le mistificazioni del riformismo borghese e del ‘buonismo’ interclassista.
Sennonché la tendenza ad attribuire al proletariato solamente privazioni o lacune, e mai contraddizioni, rappresenta uno dei maggiori ostacoli epistemologici per la elaborazione di una teoria materialista della politica. Naturalmente, sto parlando soprattutto di quell’imbecillità che non deriva dalla propria origine di classe, ma dalla imitazione di un’altra classe. La via regia che va percorsa per aiutare il proletariato ad uscire dal suo stato di ‘minorità’ è stata riassunta da Lenin in questa proposizione fondamentale: senza teoria rivoluzionaria non è possibile alcun movimento rivoluzionario.
Quanto allo studio dei meccanismi della cecità politica bisognerà avere una pazienza aristotelica nel procedere ad una compilazione aggiornata degli “Elenchi sofistici” riferiti ai problemi della politica. Riconosco che è un ‘sapere minore’, ma è pur vero che ne abbiamo davvero una urgente necessità.

Eros Barone

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