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Il significato dei fatti di Rosarno

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25 gennaio 2010

I fatti di Rosarno non possono essere archiviati dall’opinione pubblica, neanche in questa rubrica dove peraltro sono stati ampiamente discussi e analizzati, come uno spiacevole ‘incidente di percorso’ lungo la strada che, prima o poi, condurrà all’integrazione sociale dei migranti nel tessuto civile del nostro paese. Essi hanno invece segnato un salto di qualità nella proliferazione e nel radicamento del razzismo in Italia. Non vi è dubbio infatti che quello a cui si è assistito è stato un vero e proprio linciaggio di massa, un ‘remake’, ambientato nella piana di Gioia Tauro e aggiornato al 2009, delle cacce agli iloti con cui i giovani spartiati si addestravano al ‘mestiere delle armi’, dei ‘pogrom’ contro le comunità ebraiche periodicamente scatenati in Russia e in Polonia, nonché dei roghi del Ku Klux Klan nel ‘profondo Sud’ degli Stati Uniti. In altri termini, un’aggressione xenofoba in cui si è registrata l’obiettiva convergenza tra gli imprenditori agricoli, la ’ndrangheta e le forze di polizia, con l’appoggio attivo di settori popolari aizzati da quella ‘fabbrica della paura permanente’ che sembra essere diventata la principale attività dei ‘mass media’ e che ha come scopo fondamentale la ‘controrivoluzione preventiva’: insomma, un classico esempio di intreccio fra la ‘mobilitazione reazionaria delle masse’ e il ‘sovversivismo delle classi dominanti’. Sennonché questi episodi hanno un significato politico e ideologico nazionale: essi ìndicano nel modo più crudo che la xenofobia, la mixofobia e quella madre di tutte le violenze che è l’intolleranza si stanno moltiplicando ed estendendo in tutto il territorio nazionale. Nel contempo, segnalano la stretta interrelazione tra l’esplodere del razzismo e l’inasprirsi della crisi economica e dei suoi effetti sull’occupazione.
   Ma un altro aspetto assai inquietante merita di essere sottolineato. Si tratta dello stravolgimento dello Stato di diritto. Infatti, se è vero che uno dei compiti primari di ogni Stato di diritto, che costituisce anche il fondamento su cui si basa qualsiasi teoria contrattualistica, è la difesa della vita dei cittadini, è anche vero che non vi è alcun Leviatano che possa legittimare la deportazione di alcuni membri della società per salvaguardarne il diritto all’esistenza. Ma vi è di più: tutto ciò accade in presenza di un regime che ha raccolto un vasto consenso elettorale strumentalizzando nel modo più cinico la questione della sicurezza dei cittadini, schierando l’esercito in funzione di ordine pubblico, intensificando il controllo sul territorio e svolgendo una becera propaganda sulle ‘ronde’, che sono, sì, abortite, ma ci hanno fatto percepire nettamente l’amaro retrogusto di un ‘remake’ dello squadrismo.
   La verità è che il razzismo è ormai penetrato in diversi settori della società italiana. È questo l’uovo di serpente covato dall’asse tra la Lega Nord e il PdL, ma fecondato anche dalla complicità delle istituzioni statali, a cominciare dal Quirinale, e dalle politiche che hanno perseguito in materia di immigrazione tanto la destra quanto il Pd. Basti pensare a Veltroni, che ha proposto il primo pacchetto sicurezza, alla prima legge sull’immigrazione, che è stata la Turco-Napolitano, e alle prese di posizione di molti esponenti del Pd, come Rutelli, Fassino e Chiamparino, che hanno sostenuto i respingimenti dei migranti attuati da Maroni.
   I fatti di Rosarno, esattamente come quelli di Castel Volturno, hanno anche dimostrato, per la prima volta, la crescita di una coscienza antischiavistica e anticapitalistica fra i lavoratori immigrati: una coscienza che oppone un rifiuto radicale alla barbarie dello sfruttamento e alla istituzionalizzazione del razzismo. Ma proprio perché quei fatti hanno rivelato il livello di penetrazione del razzismo in alcuni settori delle masse popolari, è indispensabile e urgente che le forze più coscienti, attive e organizzate del movimento sindacale e della sinistra di classe percorrano con decisione e lucidità l’unica via che può consentire di eliminare le discriminazioni, il razzismo, i soprusi e le violenze: la via di una lenta e faticosa ricostruzione dell’unità e della coscienza di classe nei luoghi di lavoro, fondata sulla consapevolezza che questa opera educativa va rivolta soprattutto nei confronti dei lavoratori italiani.
Enea Bontempi

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