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Il sonno della ragione genera mostri

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1 aprile 2011

Caro direttore
Ho un po’ seguito il dibattito dei lettori sull’immigrazione che si è svolto sul suo giornale, fra lettere e commenti agli articoli. E, devo dire, rimango un tantino perplesso. Non tanto per le opinioni in sé stesse (opinabili o meno) espresse dai lettori, quanto per la rappresentazione plastica che riescono a dare del livello che in Italia ha raggiunto il dibattito politico.
Mi spiego meglio. Sull’altra sponda del ‘mare nostrum’ abbiamo una polveriera in fiamme: paesi giovani e poveri in rivolta contro regimi semidittatoriali ormai ammuffiti; c’è una guerra, c’è il pericolo in agguato del terrorismo islamico. Questa situazione, che esprime dinamiche nascoste ma enormi e che non abbiamo i mezzi per controllare (tutt’al più possiamo fare qualcosa per correggerne la rotta), intensifica un altro fenomeno, quello migratorio. Per natura l’uomo tenta di migliorare la propria condizione di vita. Anche a scapito della vita stessa, come ci dimostrano i rischi che ogni giorno centinaia di persone corrono sulle carrette del mare verso le nostre coste. E in Africa vivono circa un miliardo di persone, molte delle quali soffrono per la fame, per la guerra, per la malattia. Molte delle quali vedono l’Europa come la Terra Promessa: non sono bastati i lager di Gheddafi a fermarli, di sicuro non ce la faremo in modi non cruenti.
Quello migratorio è un problema complesso che andrebbe affrontato come tale. Non può essere descritto da categorie come ‘giusto’ o ‘sbagliato’, ‘bene’ o ‘male’. Il fenomeno esiste, e richiede di essere governato. Richiede analisi, richiede inventiva, richiede di capire quali siano le leve da spingere perché qualsiasi intervento abbia un minimo di efficacia. La fermezza (che poi è semplicemente la capacità di fare rispettare la legge – tutti, anche gli italiani), la capacità di accogliere, l’intervento repressivo, lo stimolo delle economie più arretrate possono essere facce diverse di un’unica strategia di ampio respiro: l’importante è sapere dove si vuole andare a parare, occorre avere occhi che guardano lontano.
Qui, purtroppo, non vediamo aldilà della punta del nostro naso. Abbiamo un problema che però non ci interessa risolvere: ci interessa, quello sì, proporre la nostra soluzione, indipendentemente dal fatto che essa possa funzionare o no. L’importante è strepitare più degli altri, farci grossi, mostrarci brutali, ricorrere all’insulto se occorre. Non ci si preoccupa di studiare la realtà sforzandosi di essere oggettivi, cercando il dato effettivo: ci affidiamo ad un immaginario costruito ad arte, allo stereotipo, alle voci, ai si dice, alle cose che tutti sanno ma nessuno è in grado di dimostrare o documentare. Le soluzioni che si propongono devono eccitare le budella, perché probabilmente quelle in grado di funzionare sarebbero noiose e in pochi sarebbero disposti a capire. La paura è l’unico collante che ci tiene insieme: certa politica insegue e alimenta la paura, le divisioni, gli istinti bassi, forse perché non è in grado di dare risposte vere, che vadano oltre il minimo in grado di eccitare tifoserie ormai decisamente di bocca buona.

Caro direttore. Ho (solo) ventisette anni e già viene da scrivere lettere moralizzanti, già mi tocca invocare il buon senso. Ma è mai possibile?

El sueño de la razón produce monstruos.

Saluti

Davide Ferrari

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