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Il Ticino accusa i frontalieri, perchè la Lega (italiana) gioisce?

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11 aprile 2011

Egregio Direttore,
il Ticino ha paura dei ratti? e chi sono, esattamente, questi ratti, visto che, nelle parole e sui manifesti di chi ha lanciato la famosa campagna l’accusa veniva lanciata ai frontalieri insubri, in primo luogo, ma la Lega italiana, cioè lombarda, oggi gioisce e si complimenta del risultato degli omonimi ticinesi?

Ci sarebbe molto da dire circa le elezioni ticinesi di domenica, a cominciare dal fatto, sfuggito ai più, che con l’elezione di Sadis, Bertoli e Beltraminelli, in effetti, il Consiglio di Stato ticinese ha una maggioranza di centrosinistra (una radicale, un cattolico democratico, un socialista) mentre ad uscire di scena, per la prima volta in 150 anni sono i liberali, suicidatisi con la presentazione di una lista composta per quattro quinti dalla destra interna al partito (tre di Idea Liberale e uno di Comunione e Liberazione).

Ma questo riguarda il futuro e si dovrà attendere per capire meglio quali forme potrà prendere perché in un sistema proporzionale le alleanze e le maggioranze possono cambiare. Il dato politico dell’oggi è che nel Canton Ticino il successo elettorale della Lega alleata all’UDC-SVP è giunto sulla base di una campagna culturalmente e politicamente molto simile a quelle della destra italiana e lombarda in particolare; inoltre il nemico su cui si è costruito il consenso è stato soprattutto identificato nel frontaliere italiano e nell’Italia in genere (sembra incredibile ma pare che in Ticino la Lombardia venga ancora considerata italiana…).

Molto modestamente e personalmente voglio provare a trarre due conclusioni da questa serie di fatti: la prima è che, dato che Lombardia e Ticino sono legati dall’economia non meno che dalla geografia e dalla cultura, sia giunto il momento in cui si rende necessario, per le forze sociali e politiche di queste regioni, attuare con forza percorsi comuni e collaborazioni che sono l’unico argine al rischio sempre più concreto che qualcuno eriga muri e barriere costruendo il proprio consenso elettorale sulla pelle di chi lavora, studia, o ha relazioni personali e umane a cavallo di un confine che è sempre stato permeabile e non può permettersi di cessare di esserlo.

La seconda considerazione la rivolgo alle forze progressiste di centro, centro sinistra e sinistra, che nel Varesotto si apprestano ad affrontare la prossima tornata amministrativa: il risultato ticinese potrebbe essere accidentale ma potrebbe anche essere figlio di un contesto favorevole a risposte emotive e irrazionali, se così fosse è importante notare che il contesto ticinese e quello lombardo sono molto simili.

Se non vogliamo assistere ad un’onda lunga sul nostro territorio del 10 aprile ticinese è necessario che i partiti e i candidati e candidate che rappresentano un altro modo di intendere la politica trovino la forza di parlare oltre gli slogan e le bandiere, proponendo progetti, programmi ma, soprattutto, visioni concrete e intellegibili, razionali e credibili, di ciò che vogliono realizzare nel governo delle città che vanno al voto.

Hanno esempi da seguire: Luciano Porro a Saronno ha saputo muoversi in questa direzione, Samuele Astuti e il progetto "Io anche" lo stanno facendo a Malnate; nelle tre città maggiori della provincia, per ora, la campagna elettorale sembra muoversi lontana dai cittadini, suscitare scarso interesse e agitarsi soprattutto su tattiche elettorali, ragionamenti di politica politicante e nella sostanziale opacità dei progetti proposti: se ci sono idee forti è urgente che si conquisti per loro il giusto spazio e visibilità altrimenti, è fatale, il sonno della politica genererà, forse non mostri, ma certo almeno incubi.

Cordiali saluti

Mauro Sabbadini, vicepresidente Arci provinciale Varese

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