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In difesa della nostra lingua locale

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30 aprile 2007

Caro Signor Protasoni,

preferisco non rispondere alle battute argute o alle accuse di ignoranza, solo perché faccio parte della Lega.
Se si avesse la moderazione e la pazienza di scendere dal proprio piedistallo di verità rivelate e si ragionasse sulle lingue locali senza tirare in ballo la politica ed il bieco nazionalismo italiano che nega ogni particolarità locale, allora si potrebbe ragionare con maggiore equilibrio.
Provo a presentarmi in un’altra veste, che non sia quella del segretario della Lega. Proverò a fare un ragionamento che cercherà di tenere conto di ogni aspetto della questione, senza però ovviamente avere la pretesa di essere esaustivo, dato che non posso tediare i lettori con questioni meramente accademiche e non posso occupare troppo spazio su Varesenews.

Personalmente mi sono da sempre interessato di lingue locali. Sono membro di diverse associazioni linguistiche e culturali da almeno una decina di anni. Non ho un dottorato di ricerca, ma non mi reputo nemmeno un inesperto in materia.

Ho collaborato e collaboro con diverse riviste. Cito “El milanes”, che fino a poco tempo fa impersonificava l’unico mensile in lingua milanese. Veniva considerato un “milanes un po’ arios” da diversi anziani rappresentanti delle associazioni linguistiche milanesi. Scrivevamo in grafia classica, quella del Porta per intenderci. Personalmente ho imparato a scrivere dalla Grammatica del Signor Claudio Beretta, dell’Associazione Antica Credenza di Sant’Ambrogio di Milàn. Questa è ovviamente una grafia semplificata rispetto a quella codificata dal Cherubini nella Nota 12 del suo Dizionario. Questa nota si può trovare anche in internet grazie all’Associazione Culturale El Dragh Bloeu, con la quale ho collaborato anche io in passato:

http://www.eldraghbloeu.com/edraghbooks/eBook-CherubiniNota12_v1.pdf

La Grafia milanese fino agli anni ’20 del secolo scorso veniva usata da tutti i poeti e da tutti gli scrittori di tutta la Lombardia Occidenale, ovvero di quell’area geografica che va all’incirca dal Sesia all’Adda e dal San Gottardo al Po. Tutti i letterati, anche quelli “arios”, riconoscevano nel milanese la lingua della letteratura, grazie alla sua codificazione scritta ben definita.

Collaboro anche con l’Associazione la Vus de l’Insübria http://www.giurnal.org/. Dal 2004, con altri giovani, ci impegniamo a far uscire una rivista a scadenza trimestrale che tratti, per quanto possibile, ogni genere di argomento, come fanno le riviste che escono in italiano. Su la Vus abbiamo optato per l’utilizzo di un’altra grafia, la cosiddetta “riformata” che fa uso, come i ticinesi, della umlaut. Molte associazioni linguistiche, le cosiddette Famiglie, fanno uso di questa grafia, sebbene ognuno la codifichi a suo modo. Abbiamo scelto di fare in questo modo con uno scopo puramente didattico, visto che ci risultava più agevole insegnare a parlare ai giovani, che altrimenti mai si sarebbero avvicinati alla lingua se avessero dovuto apprendere anche una grafia molto diversa da quella italiana. In un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui la nostra lingua non viene praticamente più parlata, abbiamo ritenuto indispensabile semplificare le cose e basarci su una grafia quanto più possibile vicina al parlato. Invito ad approfondire l’argomento attraverso le nostre dispense didattiche: http://www.giurnal.org/pagine/dispens.htm

Tutto questo per dimostrarle che non ho pregiudizi nell’uso della grafia. Quello che mi interessa veramente è che la nostra lingua venga parlata e venga insegnata nelle scuole.

Collaboro anche con l’Associazione Linguistica Padaneisa, con sede in Piacenza: http://www.alpdn.org/alp/ e che ha connotati politici tanto quanto ne ha il Grana Padano. Detto da un politico può sembrare falso, ma le assicuro che è un’associazione linguistica apartitica e seria. La invito a partecipare alla mailing list di discussione per rendersene conto. A questa associazione partecipano infatti a titolo personale o di associazione linguistica, diverse Famiglie, Associazioni Linguistiche, Professori Universitari esperti del settore e semplici appassionati, come il sottoscritto. Nessuno mi ha mai chiesto la tessera per entrare in questa associazione e mai la chiederanno a nessuno.
Questa Associazione è nata con lo scopo di far discutere tra loro le diverse anime del mondo linguistico locale con lo scopo di fare dei gruppi di lavoro che si occupassero di diverse aree tematiche. Lo scopo è la conoscenza attraverso la collaborazione reciproca. C’è chi si occupa solo della propria lingua locale, chi si occupa di storia delle lingue locali, chi studia come fare per rendere possibile l’insegnamento scolastico delle nostre lingue locali ed il loro riconoscimento politico. Ribadisco: riconoscimento politico, dato che accademicamente il riconoscimento c’è sempre stato. Il lombardo e le sue varianti fanno parte del Gallo-italico (o gallo-padano), appartenente al gruppo romanzo occidentale insieme al francese (o francesi) e agli spagnoli (castigliano, catalano, ecc..). Il toscano, invece, insieme alle lingue italiane del resto della penisola e al rumeno, fanno parte del gruppo romanzo orientale. Se vuole approfondiamo, ma ad uso puramente didattico per gli inesperti, faccio ad esempio notare la posizione della negazione nella frase: in romanzo occidentale è sempre dopo il vero: “gh’è minga”. In romanzo orientale è sempre prima: “non c’è”. Il lombardo, se proprio deve essere considerato un dialetto, allora lo è del gallo-padano e non certo dell’italiano con cui non ha niente a che spartire. A meno che non si vogliano continuamente sollevare questioni di natura prettamente politica, legate solo al bieco nazionalismo italiano e non certo a parametri accademici.
Le lingua romanze derivano ovviamente tutte dal latino: è la scoperta dell’acqua calda. Se non fosse così, allora non si chiamerebbero romanze.

E’ ovvio che in Lombardia vi sia una nota suddivisione dialettale della nostra lingua. Ogni lingua ha queste suddivisioni, ma non per questo non è da considerarsi lingua a tutti gli effetti. Convengo con Lei che il problema del riconoscimento politico non è risolto, così come come non è risolto in altre parti del mondo.

In che senso?

In Friuli, tanto per cominciare. La Regione Friuli ha scelto una grafia e una koinè e finanzia solo quella. Eppure esistono tuttora associazioni che portano avanti varianti locali.
Il Friuli ha copiato quanto avvenuto nella Repubblica di Irlanda, dove hanno scelto una koiné di gaelico, a prescindere dalle varianti regionali, che comunque esistono tuttora. Proprio in questi ultimi anni, dopo che un’unica variante di gaelico è stata insegnata nelle scuole, si sta tentando di re-introdurre localmente le varietà dialettali.

Nel Canton Grigioni invece, fino a che non si metteranno d’accordo tutti sull’uso del romancio grigionese unificato, stanno finanziando tutte le varianti del romancio. Ogni piccola valle ha un proprio romancio e in ogni valle vengono stampati libri di testo per le elementari nella variante locale. Nei Grigioni però hanno i soldi e possono permettersi di farlo. In futuro, se vorranno che il romancio diventi la quarta lingua di studio in Svizzera, però dovranno optare per il romancio unificato.

In Lombardia cosa fare?

La situazione è all’incirca quella visualizzata nella cartina presente su questa pagina internet:

http://www.canzon.milan.it/scola_milanesa/scola_frame1.htm

All’incirca perché l’isoglossa del bustocco sembra troppo ampia, sebbene la cartina non abbia molti punti di riferimento. L’Associazione Linguistica Padaneisa, tra le altre cose, ha delle persone che si stanno occupando anche della mappatura linguistica, attraverso indagine fonetiche estese a tutto l’areale padano alpino. Per approfondire può senz’altro seguire questo link: http://www.padaniacity.org/articoli.asp?ID=324 e la invito a collaborare.
Un mio amico, che sta conseguendo il dottorato di ricerca, invece sta collaborando con l’Università di Pavia per lo stesso scopo, ma solo per quanto riguarda la Lombardia Occidentale. Secondo studi preliminari mi diceva che l’isoglossa del bustocco potrebbe arrivare fino alla valle Olona. Esistono comunque delle enclaves diffuse sul territorio a macchia di leopardo.

Solo le lingue locali hanno queste caratteristiche?

No, anche l’italiano. Quello parlato a Milano è differente dall’italiano parlato a Bergamo, tanto per rimanere solo in Lombardia. Non parliamo poi delle differenze fra regioni. Personalmente faccio fatica a comprendere l’italiano parlato da un napoletano e devo farci prima l’orecchio, come si dice in gergo. Stesso problema lo hanno gli irlandesi quando parlano con un inglese o viceversa con un americano.
Dobbiamo quindi presupporre che anche l’italiano non sia una lingua? L’inglese è una lingua? Ha differenze di pronuncia, anche cospicue, tra contea e contea. Pari pari al lombardo, con l’unica differenza che i paesi dove si parla l’inglese sono di più e quindi le differenze sono anche maggiori. Sul dizionario di inglese, addirittura segnalano differenti termini usati in America o in Australia.
Stesso ragionamento si può fare per il tedesco: ha tre grandi varianti. Non è una lingua nemmeno il tedesco?

Ma il lombardo ha parole mutuate da altre lingue.

Ovvio, perchè le altre no? Mouse, computer sono parole prettamente italiane, vero?
In lombardo abbiamo parole che derivano dal celtico (“arent”=vicino), dal longobardo, dal latino (es: “domà”), dall’ebraico (“saccagnà”) e ovviamente dall’italiano, a causa del progressivo uso tra la popolazione. Provate a cercare sul dizionario italiano nelle prime pagine relative alle abbreviazioni. Quante parole derivano da parole barbariche, celtiche, latine, greche, ecc…? Anche l’italiano non è una lingua? Le lingue servono per comunicare: ovvio che certe parole vengano prese in prestito da altre lingue. Inutile cercare la purezza linguistica: non esiste in nessuna lingua.

Come si definisce quindi una lingua?

Oltre che dipendere dalla situazione politica. Se continuiamo a voler chiamare dialetto un lingua nessuno ci può obbligare a fare diversamente, ma invito a ragionare sulla sua diffusione e sul suo apprendimento nelle aule scolastiche.
Cercare la purezza linguistica della propria variante micro-provinciale è assurdo dal punto di vista linguistico e porta solo a un frazionamento irrealistico che non è mai esistito. Mai esistito, perché la gente ha sempre viaggiato. Tutto ciò serve solo a confinare la nostra lingua in un passatismo nostalgico dei tempi andati, senza invece pensare al suo insegnamento e alla sua diffusione.
Una lingua esiste se si usa per comunicare. Una lingua, quando è viva, non si può cristallizzare in una variante da difendere ad ogni costo sostituendo i blandi confini delle isoglosse con dei muri.

Un criterio scientifico per definire una lingua esiste però: l’inter-comprensione.
Non mi vorrà far credere che un milanese che viene a Varese o a Busto non capisca tutto quanto viene detto. A seconda della competenza linguistica un conoscitore del lombardo potrà capire il 90 o 99% di tutto quello che si dice, tranne ovviamente quei termini puramente locali che esistono in ogni lingua. Sbaglio?
All’interno dell’areale del Lombardo Occidentale vogliamo fissare il 90% di intercomprensibilità?
Bene, l’Associazione Lingusitica Padaneisa, in collaborazione con alcuni dottorandi di letteratura ha proposto una cartina etnolinguistica, che può vedere seguendo questo link: http://www.padaniacity.org/articoli.asp?ID=1896 (Cartina Linguistica con isoglosse dell’areale padano alpino e delle aree contigue). Non è ancora stata pubblicata, dato che non è ancora quella definitiva, mancando ancora tutte le indagini fonetiche.

Ma allora esiste il Lombardo?

Sull’esistenza del lombardo, o dei lombardi, posso citarle anche l’Atlante Linguistico Italiano: http://www.atlantelinguistico.it/ oppure gli studi del Pellegrini, svolti in periodo non sospetto (anni ’30). Parliamo poi del Rosetta Project dell’Università di Stanford? http://www.rosettaproject.org/archive/lmo/view?searchterm=
Sono tutti ignoranti ed occupati a scrivere enciclopedie on line autoreferenziate?
Fissiamo l’80% di inter-comprensibilità? Il 50%, se va male? A Bergamo non parlano l’ostrogoto. E’ inter-comprensibile tanto quanto lo sono fra di loro il portoghese e il castigliano (spagnolo).
Veda lei. E’ un’innegabile realtà.

Personalmente, ma è solo una mia visione personale, non credo che si arriverà mai ad una koinè del lombardo. La cosa importante però è far riconoscere politicamente la lingua a livello internazionale, secondo criteri scientifici accademicamente accettati.
Come e cosa verrà insegnato dipende dalle seguenti considerazioni:
abbiamo soldi a sufficienza per insegnare le varie varietà locali infra-provinciali?
Abbiamo sufficiente personale docente per permetterci di insegnare fin da subito le varianti infra-provinciali?
Secondo me oggi non ci sono né le risorse economiche, né le risorse umane, quindi si dovrà partire da una soluzione di compromesso.
Il Compromesso però dovrà essere discusso tra le Associazioni linguistiche del territorio, basandosi su considerazioni anche di natura politica che devono riguardare il riconoscimento linguistico.

Da dove partire quindi?

Dalla Carta Europea delle Lingue Regionali e Minoritarie (http://www.padaniacity.org/articoli.asp?ID=1947 ) firmata anche dallo Stato Italiano, ma da sempre lettera morta.
Dalla Legge Nazionale 482 del 1999 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”.

Qui finisco le mie considerazioni accademiche e socio-politiche e ritorno al mio ruolo politico di segretario della Lega di Sarònn. Il nostro Movimento infatti, attraverso i nostri Parlamentari, ha chiesto di modificare la L.482/99 di modo che i Consigli Regionali interessati alla promozione delle lingue locali ed al loro insegnamento scolastico, possano riconoscere autonomamente le lingue storiche regionali ( http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/trovaschedacamera_wai.asp?pdl=1733&ns=2 )
Ovviamente immagino che la prima Regione interessata e che saprà mettere d’accordo le varie anime cultural-lingusitiche locali, sarà proprio la Campania, che nella 482 non ha visto il riconoscimento del napoletano, da sempre lingua della canzone.

Ultima chicca: in Sicilia già da un pezzo una manciata di Comuni montani tra le Province di Messina e di Enna insegnano una lingua gallo-italica (o gallo-padana) molto simile al lombardo nelle scuole elementari. E’ una questione storica che chi vuole può approfondire seguendo questo link: http://www.padaniacity.org/articoli.asp?ID=1016 . Loro hanno l’autonomia regionale. Noi no e non possiamo farlo. Vedere per credere.

Spero che si possa continuare senza polemiche in questa discussione nell’interesse della nostra lingua locale.

Al signor Antonio Rubino di Gallarate (http://www3.varesenews.it/comunita/lettere_al_direttore/articolo.php?id_articolo=3315) invece rispondo che nessuno ha mai scritto nulla su razze lombarde o altre cavolate del genere. Che discuta senza pregiudizi piuttosto! Mi chiedo: se invece di lingua lombarda, stessimo discutendo di lingua siciliana o lingua napoletana, allora ci sarebbero delle persone che si scaldano in questa maniera, accusando di razzismo chi chiama il siciliano e il napoletano lingue? Sono lingue anche quelle.
Il professor Giuseppe Radice tra l’altro non mi risulta essere leghista, cosi’ come non sono della Lega i vari studiosi riportati sopra. Siamo noi tutti ignoranti, o lo e’ qualcun altro?

Angiol Verones, Segretario Cittadino LN x Indip. Padania Sarònn

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