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In memoria di un martire per la Libertà: Jan Palach

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21 gennaio 2009

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la
prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà »

Queste parole drammatiche furono trovate, quarant’anni fa, sugli appunti di uno studente di Filosofia dell’Università di Praga. Pochi giorni prima, il loro autore si era dato fuoco in piazza San Venceslao ed era morto, dopo tre giorni di lucida agonia, il 19 gennaio 1969. Il suo nome era Jan
Palach. Un gesto difficile da interpretare e da capire agli occhi di un ragazzo del 2009: a scatenarlo era stata la durissima repressione, da parte delle truppe sovietiche, della Primavera di Praga, una repressione che aveva segnato la fine delle ultime speranze, per il popolo cecoslovacco, di un avvenire di libertà.

Innanzitutto e soprattutto, dunque, un atto di ribellione al totalitarismo comunista. Ma circoscriverlo a questa motivazione sarebbe forse riduttivo: quello di Jan Palach fu il gesto di un giovane incapace di vivere senza libertà. Fu un vero e proprio rito sacrificale, con cui immolò se
stesso per redimere il suo popolo, tanto che perfino la Chiesa Cattolica, ammirata, pregò perché la sua anima trovasse posto in Paradiso. Ma oggi, per prima cosa, quel gesto assume il carattere di un duro monito all’Occidente: quell’Occidente che quarant’anni fa fece finta di non vedere quanto stava accadendo oltre cortina, lasciando soli i giovani anticomunisti come Jan, e portandoli a gesti disperati.

Lo stesso Occidente che oggi assiste impassibile allo sterminio del popolo Palestinese, negandogli uno Stato, una vita dignitosa e, soprattutto, la Libertà. La figura di Jan Palach, in una società sprofondata nel nulla, che ha fatto
della mediocrità e del compromesso la propria regola, che ridicolizza sistematicamente miti ed Eroi, è in realtà assai scomoda e pericolosa. Il grido di dolore di Jan Palach è il grido di una gioventù disperata, che non si accontenta di sopravvivere e di conservare la sua tranquillità piccoloborghese, e che non si rassegna a sprofondare nel vuoto del conformismo e dell’ipocrisia, ma rivendica il diritto a vivere con pienezza. A distanza di quarant’anni, e caduta ormai l’illusione comunista, è quindi
più che mai necessario continuare a ricordare un martire ed un Eroe che seppe amare la sua Patria e la Libertà fino al dono totale di sé, con la propria Vita.

Azione Giovani Varese

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