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Indovina chi viene a cena

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5 novembre 2008

Egregio Direttore,

scrivo al termine di una lunga notte passata a seguire le elezioni presidenziali americane, soprattutto attraverso la rete, e proprio mentre Barack Hussein Obama sta tenendo a Chicago il suo primo discorso da Presidente Eletto degli Stati Uniti d’America.

Di tutte le emozioni quella che mi domina è la gioia, ma quella più sicura e duratura è la consapevolezza di assistere a un momento storico.

Tutti abbiamo visto un film di 41 anni fa, “indovina chi viene a cena”, tutti ne conosciamo la trama, qualcuno ricorderà poi che, a un certo punto del film,si dice che il matrimonio tra un nero e una ragazza bianca sarebbe stato illegale in alcuni stati; Barack Obama aveva allora 6 anni ed era figlio, appunto, di una di queste coppie appena legali, un bambino quindi che, secondo alcuni leader dello stesso partito democratico, non sarebbe nemmeno dovuto nascere.

Oggi è Presidente.

Non serve altro, credo, per dipingere i colori precisi di questa notte, il peso della pietra che decine di milioni di americani hanno posto sulla strada della Storia; non sarà l’inizio di una nuova era ma è certamente il sugello della fine di un’epoca brutale e violenta che forse, oggi, mettiamo alle spalle, almeno simbolicamente, almeno in un pezzo (importante) di mondo.

In Europa tutti, o quasi, tifavano per Obama, qualcuno smaccatamente e, oggi ne sono fiero, mi trovavo fra questi fin dall’inizio, persino prima di Michael Moore, nell’ottima compagnia della mia associazione, l’arci, che ha stampato persino dei manifesti per Obama, per la prima volta nella storia del nostro essere attenti alle elezioni americane.

So che non sono serviti a spostare voti ma, ugualmente, mi aiutano a sentirmi parte di questa storia.

Da destra a sinistra, la maggior simatia degli italiani per i democratici americani è storia: dall’aneddoto su De Gasperi che impallidisce alla notizia dell’elezione di Heisenower, fino a tempi più recenti, credo si spieghi col fatto che il sistema politico americano sia più a destra, solitamente, del nostro, i moderati si ritrovano nei democratici, la sinistra li riconosce comunque come i più vicini.

Poi c’è la sinistra cosidetta radicale, dove i pareri sono vari ma dove, lo si deve riconoscere, l’antipatia per l’Impero va di pari passo con l’adesione a quella cultura di libertà civili e anticonformismo che agli Stati Uniti devono così tanto.

Io personalmente ho risolto questa dicotomia anni fa: l’inglese è la mia seconda lingua, sono crescito con Dylan, Whitman, Kerouak, Ginsberg, mi sono formato con la filosofia di Berkley, ho amato il cinema di Hollywood e politici come Kerry, Wellstone, Martin Luther King, e Roosewelt, in definitiva io amo la cultura e la storia di questo grande Paese e non riesco a trovare le parole per descrivere la disperazione, il dolore che la politica dell’ultima Amministrazione mi ha costantemente provocato: ho masticato amaro, in una notte come questa, nel 2000. Ho quasi perso ogni fede, in un’altra notte di novembre nel 2004, oggi finalmente trovo una risposta alla mia fiducia, ironicamente proprio oggi che il mio Paese, ha raggiunto quello che probabilmente è il momento più sconfortante della sua storia repubblicana.

In questo magnifico giorno tutti, o quasi, i politici italiani saliranno sul carro dei vincitori.

Domani, probabilmente, molti cominceranno a criticarlo per le sue scelte, forse io sarò tra loro: il mondo non cambia in poche ore e mi aspetto che alcune scelte politiche della nuova Amministrazione sarannao ancora discutibili e criticabili.

Tuttavia oggi sono felice, qualcosa è cambiato e la speranza soffia così forte attraverso l’Atlantico che bisogna avere perso ogni fiducia nell’Umanità per sentirsene scossi: il primo afro americano ma non solo, il primo candidato della sinistra liberal del Partito Democratico ad essere eletto alla casa bianca da almeno 48 anni, il primo democratico dai tempi di Roosewelt a poter contare su una così forte maggioranza al Congresso, forse qualcosa potrà cambiare realmente e in meglio, oggi ha vinto quell’america che ci ha aiutati asconfiggere il nazifascismo 60 anni fa, non quella della conservazione e dell’isolazionismo, ha vinto l’america sognata da chi l’ha raggiunta per decennni, partendo anche dall’Italia con i pochi averi nella fragile valigia di cartone, non quella dei finti “valori tradizionali”.

Ha vinto, certo, una sinistra interclassista che non si pone il problema di cambiare il mondo ma solo di migliorarlo, pragmaticamente, un po’. Ma l’ultima volta che questo è accaduto così nettamente, ed era il 1932, il mondo è cambiato sul serio.

Chissà se la schiuma che si leva dalla cresta di questo tsunami salirà abbastanza alta da spruzzare, oltre l’atlantico e il mediterraneo, anche un po’ di politici italiani, tra i cosiddetti “liberali” della nostra destra di governo, tra i pallidi imitatori del partito democratico che ne copiano le liturgie ma ne ignorano completamente la sostanza, o persino tra i miei compagni più vicini che, a dispetto di tradizioni politiche ben più solide (quella socialista e quella comunista) navigano (navighiamo dovrei dire) a vista in cerca di un porto che non si vede all’orizzzonte.

Ce lo dirà il futuro, di questa notte intanto ci resta, io credo, la speranza, rilanciata in modo che non avrei creduto possibile, chissà, la vittoria di Clinton nel ’92 innesco un certo effetto domino in Europa, chissà.

Intanto godiamoci il significato storico di questo 4 novembre, spiegato come meglio non si potrebbe, dalle parole della figlia del Reverendo King:” mio padre oggi sarebbe fiero”.

I grandi uomini muoiono, le loro idee, prima o poi, trovano la strada per diventare reali.

Mauro Sabbadini

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