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“Io, contadina da tre generazioni, divisa tra le vacche e la burocrazia”

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7 maggio 2013

Egregio Direttore di Varese News Marco Giovanelli,
sono Elisa Mottarelli e Le scrivo queste righe dopo avere visto le lettere suscitate dagli articoli che avete pubblicato sull’assemblea di Confagricoltura Varese.
Sono, con mio padre Marco e mia sorella Serena, allevatrice di vacche da latte a Induno Olona.
Vi scrivo il primo maggio, festa dei lavoratori: ma per me, per mia sorella e per mio padre è un giorno come tutti gli altri. Le nostre bovine, (circa 150, ma non tutte sono in produzione), devono mangiare, (e lo fanno con foraggi prodotti in azienda), devono essere accudite e da ultimo munte; stasera poi passerà la cisterna a ritirare il latte dal frigorifero e domani sarà un altro giorno.
Sarà un altro giorno in cui 2000 persone potranno comprare un litro del nostro latte per la colazione dei loro bambini che potranno alimentarsi di un prodotto prezioso, sicuro e salutare ad un prezzo alla portata di tutte le tasche , anche in questo momento di crisi.
Sarà però un altro giorno in cui io e la mia famiglia dovremo scontrarci con carte, burocrazia, registri, permessi, difficoltà di accesso al credito, e tanti altri accidenti che sarebbero facilmente evitabili in un altro paese, e questo come qualsiasi altro imprenditore, che sia convenzionale o biologico, industriale, artigiano o agricoltore.

E arrivo al punto: non capisco la levata di scudi quando qualcuno dice che “ l’agricoltura non è l’orto dei pensionati ma è fatta di imprese “ mi sembra inutile scrivere (vedi la lettera di Massimo Crugnola: “ l’agricoltura non è un fatto di tradizione ma di cultura“) per poi concludere ”Agricoltura è anche necessità di reddito che premi finalmente la fatica e non il profitto di chi specula”. Caro Massimo ( mi permetto di chiamarti così come Tua collega), quando parli di reddito non parli di impresa? E allora perché fingere di scandalizzarsi e tirare in ballo cultura, rapporti con i clienti, memoria, attenzione e sobrietà, non stiamo dicendo la stessa cosa ? E soprattutto non stiamo facendo la stessa cosa e nello stesso modo, tu da biologico e noi da convenzionali?  Oppure dovrei sentirmi, come agricoltore convenzionale, immorale? O ancora qualcuno pensa che per questo non ho rapporti corretti con i clienti o cose simili ? Quindi chi è che vuole dividere gli agricoltori ? Chi dice che l’agricoltura in Italia non è solo biologico e chilometro zero oppure chi imputa all’agricoltura convenzionale ogni tipo di disgrazia, come fanno gli autori delle lettere fino ad ora pubblicate sul giornale?
Forse è ora di finirla con queste finte guerre tra poveri ed è ora di guardare alla sostanza delle cose.

Vengo alla seconda lettera, di Irene , che come collega saluto con simpatia. Però, cara Irene, si può distribuire solo quello che c’è: con la migliore e più equa distribuzione non si fa fronte alla carenza di materia prima. E le catene di Sant’Antonio hanno già fatto i loro danni nella finanza e nell’economia, senza aggiungerne altri . Per quanto riguarda la “ sovra produzione“ che citi nella tua lettera: non è un problema del nostro paese (che importa derrate agro-alimentari) né del mondo di oggi. Credo che anche tu, quando scrivi “necessità di creare reddito. Cercando di mantenere prezzi corretti, che non affamino produttore e braccianti “ scrivi di impresa , di costi e di ricavi, di prezzi e di mercati. Per questo credo che anche a te la “ visione agreste e bucolica “ non possa piacere.

A Claudio Moroni vorrei dire di non fare facile scandalismo : chi –oltre a lui- ha mai pensato che biologico e convenzionale non possono convivere? Lo fanno già nei fatti e nessuno di noi sente il bisogno che persone estranee al nostro mondo buttino benzina sul fuoco, magari per propri fini.

Per concludere, mi scuso per lo sfogo, ora devo tornare alle mie vacche, ( si chiamano così non con altri termini politicamente più corretti ) e poi – finito con loro – ai conti della nostra impresa; quando le guardo sento di amare questo lavoro che ho scelto per passione e con convinzione; quando le guardo mi sento di dire che del mio futuro, di cosa e come produrre, voglio poter decidere io stessa, ben inteso nell’assoluto rispetto di tutte le norme ed ancora prima della mia personale morale. Per tutto questo sono felice di sapere che nel mio piccolo quello che faccio non è inutile e che domani 2.000 famiglie potranno dare un litro del nostro latte ai loro bambini.
E’ un grande compito ma a noi agricoltori tutti – biologici o convenzionali – dà una grande soddisfazione.

In difesa dell’agricoltura biologica
L’agricoltura non è solo un fatto di tradizione, è un fatto di cultura
Perchè le diverse "agriculture" non possono convivere?
L’agricoltura biologica è necessità, non moda

Elisa Mottarelli, 3° generazione di allevatori, Induno Olona

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