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Istruzioni sulla manovra

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13 agosto 2011

La prima cosa che va detta su questa ulteriore manovra da 45 miliardi di euro firmata da Berlusconi e da Tremonti è che ce l’aspettavamo. Per definirla in modo certamente rozzo ma sostanzialmente esatto, è una manovra imposta a un paese economicamente subalterno e politicamente fragile da un blocco imperialista e reazionario fondato sul capitale finanziario transnazionale (la Ue, la Bce e le banche di affari), è una manovra dei ricchi contro i poveri e i ‘nuovi poveri’ (il ceto medio proletarizzato), è un prelievo forzoso sul salario diretto (blocco delle retribuzioni), su quello indiretto (servizi sociali) e su quello differito (pensioni e liquidazioni) imposto ad una maggioranza di lavoratori a reddito fisso da una minoranza di sanguisughe (parassiti, redditieri e privilegiati). Va detto perciò che, di fronte ad una partita di queste dimensioni, la “discontinuità di governo”, cioè la rimozione di Berlusconi, è l’ultima delle preoccupazioni non solo perché il ‘diktat’ della Bce è firmato dal presidente francese attualmente in carica, Trichet, e da un italiano, Draghi, che a breve gli succederà, ma anche perché un nuovo governo più centrista e “presidenziale” farebbe ancor peggio di Berlusconi.

Per quanto concerne, poi, la modifica all’art. 41 della Costituzione, da sostituire con un articolo che, formulato nella lingua ‘neoitaliana’ del Grande Fratello, omologo spettacolare del centrodestra, suonerebbe in questi termini: “Fate quello che c… vi pare, se non è espressamente vietato”, il meno che si possa dire è che quest’ultimo articolo, di fatto, è da tempo in vigore e si tratterebbe soltanto, per convalidarlo ‘de jure’, di far corrispondere la Costituzione formale alla Costituzione materiale. D’altra parte, introdurre nella Carta l’obbligo del pareggio del bilancio appare tanto inutile quanto assurdo, una vera e propria resa, di stampo ragionieristico (sia detto con il massimo rispetto verso i ragionieri), alla logica dell’indebitamento finanziario, laddove occorre considerare che sono proprio le politiche di pareggio del bilancio a scatenare, all’interno di ogni paese, il conflitto sezionale e orizzontale contro le aree meno privilegiate (Tea Party negli Usa, Csu bavarese contro Merkel, Lega Nord contro il centro-sud ecc.).

Riguardo alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni che vengono prospettate (con tanto di relativa svendita dei beni pubblici), va detto che questo è un rilancio fuori tempo di quel neoliberismo sfrenato che, dopo averci portato alla catastrofe, vorrebbe cancellare perfino i frutti delle vittoriose campagne referendarie. Infine, come se quanto precede non bastasse, con il solito trucco dell’interventismo democratico e umanitario (ieri Clinton con il Kosovo, oggi Obama con la Libia) gli Usa ricattano l’Europa e spingono la “sinistra” (ieri D’Alema, oggi Napolitano) a togliere le castagne dal fuoco per conto di altri, per di più pagando di tasca propria, in ossequio all’ideologia del rientro dal deficit. La guerra per interposta persona subordina, così, l’Europa agli Usa e l’euro al dollaro anche in una fase di progressivo declino dell’egemonia americana.

Nondimeno, quanto precede è sufficiente a legittimare, dalla parte degli oppressi e degli sfruttati, quello che si può definire “il buon uso di un massacro sociale”: ossia una rivolta organizzata, cosciente e finalizzata, una conflittualità permanente costruttiva, che individui con chiarezza i nemici internazionali (il capitale bancario e usurario e le sue espressioni centralizzate, la Bce e la Ue), nonché i proconsoli interni che mediano su scala nazionale, a mo’ di ascari, le scelte di questi ‘poteri forti’, ossia le forze economiche, sociali, politiche e i governi, che non rompono con il blocco imperialista e reazionario. Una rivolta che, ponendo al centro la difesa, la valorizzazione e il rilancio dei beni pubblici (e, in primo luogo, di quel bene pubblico che è l’Italia), unitamente al controllo popolare su questi beni, non sia solo un sintomo del disagio sociale, come i ‘riots’ metropolitani, ma anche un fattore di resistenza e una valida alternativa alla recessione galoppante, al crescente divario sociale e al blocco dei consumi, che è un elemento strutturale della dittatura del capitale finanziario.

Come non vedere che questa linea di difesa e, insieme, di attacco è molto più efficace della logica suicida del pareggio di bilancio per contrastare cause ed effetti della crisi? Non è forse maturo il tempo in cui la classe operaia, il precariato, i lavoratori della conoscenza, gl’immigrati e le nuove generazioni dell’antagonismo sociale si ribellino contro la dittatura del capitale finanziario? Sono infatti costoro, non i ‘poteri forti’ locali o transnazionali, che devono rivendicare il diritto ed
esercitare il dovere di commissariare apparati di governo felloni, incapaci e corrotti. In fin dei conti, non hanno che le loro catene da perdere e un mondo da conquistare.

Enea Bontempi

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