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L’8 dicembre si va a “primariare”

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2 dicembre 2013

Si va o non si va? Si va. L’8 dicembre si va a "primariare". A dire il vero, cavo al piè sonante sembra il PD. Collassato il 19 aprile 2013, per colpa dei 101,  da quel dì non si è più ripreso. E’ l’emblema dello sfinimento della generazione post-comunista e cattolico-democratica. Quel che si vede in giro è un soggetto instabile e incoerente, gestito da micronotabili, uniti fra loro da patti fragili, che oggi ci sono e domani chissà. Eppure il PD continua ad essere il mio partito, pardon,  il mio container di riferimento e quindi, almeno il giorno delle primarie, risponderò all’appello.

Matteo, Gianni o Pippo? Matteo. L’ho già votato l’anno scorso, il bimbaccio toscano (copyright Marco Damilano),  quando c’era in ballo la premiership.  La sua candidatura avrebbe messo a disposizione del centrosinistra l’arma vincente: la giovinezza (con annessa rottamazione). Invece è andata com’è andata,  l’usato sicuro non ha funzionato. Adesso la competizione è per la leadership. Dopo un anno il bimbaccio è rimasto tale e quale e ha l’ energia del cinghialetto per spazzar via  l’autoreferenzialità dei "cacicchi".  Quindi lo voterò nuovamente, pur sapendo che neanche lui è l’uomo giusto per  questa fase apocalittica.

Chi mi conosce lo sa: intendo apocalisse nel suo significato tecnico di "rivelazione".
Si sta rivelando in modo tragico l’insostenibilità  di  questo modo di fare politica (mi limito  alla politica, ma il discorso va  esteso a 360° gradi cfr. Lombardia libera, ed. Il Margine).
Questa politica non dice e non trasmette più niente. Si è fatta vampiresca, ci toglie quel poco di sangue che ci resta nelle vene, succhiando le ultime gocce della nostra residua attenzione.  Non ce la facciamo più!
Non è più sufficiente compensare la crisi economica che ci preoccupa e il senso dilagante di morte che ci soffoca  con la velocità  delle comunicazioni  e  l’incremento parossistico degli eventi. Abbiamo bisogno di un profondissimo ricominciamento, che esige innanzitutto la "primavera dei cuori". Anche qui, chi legge i miei messaggi in bottiglia sa che intendo "cuore" non alla maniera dei rotocalchi, il campo affettivo alternativo all’ordine razionale, ma in termini giudaico-cristiani, il luogo in cui  si realizza l’unità della persona (l’ebraico lo chiama lebh, la tradizione cristiana "il senso dei sensi").  In politica ( e al lavoro… e al bar…)  sono i cuori che non funzionano più. Cuori inariditi per troppa comunicazione e marketing, che da tempo immemorabile non vengono inzuppati nella cultura e nella spiritualità.  Cuori bloccati da un eccesso di  ambizione e da un narcisismo furoi controllo. Cuori insensibili alle tragedie di ogni giorno.  Invece c’è ripartenza solo con cuori palpitanti, intelligenti, generosi. Cuori di pellicani. 

Nel tempo dell’apocalisse l’azione del cinghialetto serve per preparare l’arrivo del pellicano. Chi è costui?  "Sono divenuto simile al pellicano nel deserto… "(Salmo 101,7). 
Nella tradizione medievale il pellicano, che  curva il becco verso il petto per dare da mangiare ai suoi piccoli i pesci che ha nella sacca,  è stato assunto a simbolo della carità: è colui che nutre i suoi cari  con il sangue che  gli sgorga dal petto.   
Chi si presenterà così, mostrandoci il suo cuore ferito per amore dei figli (figli=futuro),  sarà lui il vero leader che ci guiderà nella traversata nel deserto.
Pie pellicane, inébria me…
Saluti rossi come le bandiere di un tempo

Giovanni Ambrogio - (Milano - Italia)

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