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L’altro Togliatti

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28 gennaio 2009

Egr. Direttore,

dopo l’ennesimo contributo “ storico” della signora Pellegatta, ho deciso di aggiungere qualche dettaglio. Il leader comunista è in genere assai citato, ma poco studiato e approfondito.

Il famoso «rapporto segreto» con cui Nikita Krusciov denunciò nel 1956 i crimini staliniani fu per Togliatti un colpo terribile. La Nomenklatura sovietica non aveva pianto la morte del tiranno, anzi se n’era sentita sollevata: e fu forse sorpresa, ma non scandalizzata e nemmeno rattristata, dalla franchezza di Krusciov nello svelare le tenebre di anni cupi. Nel sistema chiuso del regime l’eco d’un pronunciamento di quella portata poteva essere riportato all’ortodossia ideologica: o addirittura presentata come un recupero dell’ortodossia stessa. Le pagine della storia erano là soggette a ordini superiori, come quelle mutevoli dell’enciclopedia sovietica. Ma il giuoco era enormemente più complesso in Occidente, dove i capi comunisti – tra loro Togliatti era di gran lunga il più prestigioso avevano a che fare con mezzi d’informazione, con polemiche accese, con una zavorra di loro bugie su molte delle quali il «rapporto segreto» era calato come un macigno, polverizzandole.

Maestro di doppiezza, “il Migliore” era messo qui a una prova di estrema difficoltà. Togliatti tacque. Ma le indiscrezioni crescevano e filtravano, e del resto la vecchia guardia del partito, con il suo fiuto per i sottintesi degli eventi sovietici, aveva subodorato che covava qualcosa di grosso.Poi il 13 marzo, nel Comitato centrale del Pci, ridimensionò Stalin ma con cautela («è stato e rimane una grande figura di tutto il movimento… il suo errore successivo fu di mettersi, a poco a poco, al disopra degli organi dirigenti del partito». Dove la doppiezza e la dissimulazione attingono le vette del sublime.

Togliatti tentò di spiegare – nell’intervista a “Nuovi Argomenti” – la stupefacente svolta del Cremlino. E ribadì che il sistema sovietico era «molto più democratico progredito di qualsiasi sistema democratico tradizionale». Gli fu chiesto conto dell’approvazione data alle purghe staliniane. Replicò che i comunisti di tutto il mondo avevano sempre avuto «una fiducia senza limiti nel Partito comunista sovietico e nei suoi dirigenti» e che «di questo rapporto di fiducia e di solidarietà non vi è nessuno di noi che abbia a pentirsi». Ma Togliatti non aveva a che fare con il mondo mediatico chiuso, gli veniva rinfacciata l’adesione data alle peggiori nefandezze del comunismo non mentre viveva da esiliato politico in Urss, e poteva temere le vendette del despota, ma mentre era leader di partito nella libera e democratica Italia.

Inoltre è bene ricordare ,durante il XVI Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica che Palmiro Togliatti (pagina 185 del resoconio stenografico) affermò: «E per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano. Il disprezzo che Togliatti aveva manifestato nei confronti degli italiani, che poi intese redimere ipotizzando per loro kolkoz e gulag democratici, ebbe una clamorosa conferma nel ’43.

Rispondendo alle sollecitazioni di quanti gli chiedevano di intercedere presso il tiranno, presso Stalin, a favore dei prigionieri in Unione Sovietica, cinicamente rispose: «Se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente nulla da dire. Anzi, il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la spedizione contro la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, il più efficace degli antidoti. Io non sostengo che i prigionieri si debbano sopprimere, ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia».

Questa la spaventosa doppiezza di cui aveva dato prova prima del «rapporto segreto» e di cui diede prova dopo. La doppiezza è stata per lui un’arma potente, lo ha tutelato sul piano politico, ma non lo tutela al vaglio della storia.

Cordiali Saluti

Modesto L.

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