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L’Aquila, il chiodo tra la sabbia

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16 aprile 2009

Caro direttore,

Le lacrime sono state versate. Copiose, amare e orgogliosamente contenute nell’intimità dignitosa di ogni famiglia aquilana. La liturgia del censimento dei danni, dopo un terremoto devastante come non mai, è stata inesorabilmente consumata. Il 47% degli immobili è inutilizzabile. Circa una casa su due è compromessa. Quarantasette: quando il fato diventa cinico. A Napoli, smorfia alla mano, è il morto che parla.
Le bare allineate nella piazza d’Armi della Caserma della Guardia di Finanza, fino all’inverosimile, sono state ad una ad una commemorate, ricordate e compiante. Il rito finale ed ufficiale adempiuto. Ora, però, quelle bare bisognerà onorarle. Lo pretendono i familiari. E’ stato promesso con solennità, alle vittime stesse, durante il saluto estremo. Dopo la commozione, l’emozione ed la rabbia impotente, soffocata nella disperazione di una grande tragedia comune, ora va fatto spazio alla razionalità della giustizia. Quella terrena, naturalmente. Perché quella divina non ci compete.
Tra i tanti crocifissi che spuntavano in mezzo alle macerie, nella inconsueta solitudine di un Golgota soleggiato, in  questa moderna ed affranta Gerusalemme d’Abruzzo, colpiva quello con una gamba spezzata. Il cui chiodo conficcato nel piede, però, aveva retto. Lasciando attaccata la gamba alla croce. Quel chiodo ha retto, ma i pilastri della Casa dello Studente, dell’Ospedale, del Catasto e di tanti altri edifici di pubblica utilità non hanno fatto altrettanto. S’é detto che c’era sabbia di mare nel calcestruzzo. Fatto sta che si sono sbriciolati. E non dovevano.
Ora che il piazzale è di nuovo libero dalle salme, su quelle stuoie rimaste a segnare un sacrario, si avrebbe voglia di vedere allineati tutti gli ingegneri, gli architetti, i geometri, che hanno firmato i progetti dei palazzi venuti giù come burro al sole. I Capi degli Uffici Tecnici comunali che hanno consentito varianti laddove non potevano e, quindi, non dovevano. Tutti i Responsabili di collaudi, controlli e verifiche mal eseguiti o mai eseguiti, visto lo stato delle cose alla luce dello stesso sole.
Si sarebbe gradito ascoltare e riscontrare parole decise e impegni concreti di censura, ben prima degli accertamenti della Magistratura, dai Presidenti degli Ordini e delle Associazioni di categoria. Magari a salvaguardia della larga parte, per fortuna ancora buona, delle stesse professioni e delle diverse imprese rappresentate. Sabbia, tondini lisci e inadeguati, volumi moltiplicati sul vuoto ed aggiramento sistematico delle regole più elementari di sicurezza, non fanno onore alcuno. E rendono indelebile l’onta di 293 vite spezzate dal fremito violento dell’incuranza.
Bacchettare Santoro e quanti come lui tendono sempre ad andare sopra le righe, va bene. Ma da qualche giorno si parla solo di “Annozero” e ci si dimentica di usare almeno la stessa severità e lo stesso metro di giudizio, nei confronti di “discutibili” imprenditori edili, costruttori, tecnici, professionisti e funzionari pubblici. Ancora una volta l’attenzione si sposta ad arte sul virtuale e sul mediatico. Distraendo la pubblica opinione dalla imbarazzante ricerca delle responsabilità.
Gli abruzzesi sono gente di montagna. Gente che tiene il passo. Segnata e forgiata dalle avversità. Solide colonne di asciutta dignità e cuore generoso votato alla solidarietà. Pilastri senza sabbia. Forti e gentili. Proprio come il Duomo di L’Aquila, che conserva intatta la sola facciata. Apparentemente integra, ma dentro devastata. Non mostrano il dolore. Lo tengono dentro. Conviene perciò non deluderli. Potrebbe scatenarsi ben altro terremoto.

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