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L’armi, l’amor, il Cavaliere: dialogo filosofico

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18 dicembre 2009

Dialogo sull’amore e l’odio per il corpo del Cavaliere

Mevio: ohilà, Caio, finalmente ti incontro dopo un periodo in cui ci siamo persi di vista e non abbiamo più avuto occasioni per confrontare le nostre opinioni sullo stato attuale del nostro Paese.
Caio: come ben sai, è per me un piacere tornare a fare il punto della situazione con un osservatore attento e documentato, quale tu sei.
Mevio: entriamo perciò subito ‘in media res’, caro amico, e ragioniamo su quel vólto insanguinato del Cavaliere che, te lo confesso schiettamente, mi ha ricordato, a livello di immediata percezione storica e fenomenologica, piazzale Loreto…
Caio: be’, Mevio, comprendo il tuo riferimento a quella piazza così come essa si presentava in quegli ultimi giorni di aprile del 1945, ma non è necessario essere degli studiosi dell’età contemporanea per rilevare le profonde differenze fra quel tragico tornante della storia del nostro paese e la congiuntura critica, certo aspramente conflittuale ma non ancora sfociata nella guerra civile, che stiamo vivendo attualmente.
Mevio: in effetti, volendo prendere le mosse da quella percezione, sarei portato a sottolineare il fatto che l’avventura di Berlusconi nel campo della politica è stata materiata, in un modo quasi inesplicabile per chi non l’ha vissuta in questa chiave, dall’amore e dall’odio per la sua persona e per il suo stesso corpo… talché un gesto come quello di piazza del Duomo finisce inevitabilmente con l’alimentare sia l’uno che l’altro sentimento.
Caio: d’altronde, non è forse vero che quanto sottolinei trova un preciso riscontro in due fra le tante esternazioni del Cavaliere filtrate dall’ospedale? Esternazioni che fanno veramente pensare a un uomo più segnato dall’oltraggio subìto, dall’attacco alla propria immagine, così tanto curata, e da un evento che ha rivelato che non esistono persone invulnerabili, che non dalla sofferenza fisica e dalla paura per il grave rischio córso. La prima frase è stata dunque: «Ma perché tanto odio?»; la seconda, non priva di una punta provocatoria: «Alla fine l’amore vincerà sull’odio e sull’invidia».
Mevio: non condivido né l’interrogativo né la previsione. Sono infatti convinto che fra Berlusconi e questo Paese vi sia stato un rapporto storico, iniziato nel 1994 con la “discesa in campo”, ma forse ancora prima con la creazione della televisione commerciale, per definire il quale categorie antropologiche come quelle dell’odio e dell’amore sono del tutto appropriate. In realtà, l’odio che, utilizzando come oggetto contundente una riproduzione del Duomo di Milano, è giunto a colpire Berlusconi attraverso la mano di Massimo Tartaglia, odio che si manifesta ancora nelle tante reazioni di ostilità per Berlusconi e di approvazione per quel gesto, che circolano su Internet, è solo l’altra faccia dell’amore che lo circonda e che si manifesta negli slogan del tipo: “Meno male che Silvio c’è”.
Caio: proviamo allora a quantificare, sia pure in modo necessariamente semplificato, la risultante delle considerazioni che siamo venuti svolgendo sul rapporto di odio-amore che intercorre fra Berlusconi e questo Paese: un terzo degli italiani lo ama, un terzo lo odia, e non sappiamo se il terzo che resta, dopo i fatti di Milano, sarà portato maggiormente a simpatizzare per chi lo ama o per chi lo odia.
Mevio: non solo sono d’accordo sulla quantificazione che proponi, ma desidero anche osservare, rispetto all’incognita da te indicata, che tutti tacciono su due fattori di notevole rilievo politico che è stato possibile cogliere in quella domenica del l3 dicembre a Milano durante il comizio di Berlusconi: fattori che, per altro, sono estranei al lancio di un oggetto contundente contro il ‘leader’ del maggior partito del centro-destra (tale era il ruolo di Berlusconi in quel contesto). Il primo fattore consiste nell’assenza del bagno di folla che il Cavaliere si aspettava nella ‘sua’ Milano. Le cronache riferiscono di un migliaio di sostenitori del Cavaliere, abituato a ben altri livelli di partecipazione di massa in occasione delle sue apparizioni pubbliche. Il secondo fattore è che il comizio di Berlusconi è stato contestato apertamente in piazza, segno, questo, dell’esistenza di un settore della società che non è condizionato dalla soggezione verso un ‘leader’ indicato come ‘sempre-vincente’ e ‘straordinariamente-popolare’. Questi due fattori spiegano perché il ferimento di Berlusconi ci ha consegnato (è questo un aspetto sul quale tu hai giustamente insistito) un volto segnato più dallo sgomento che non dal dolore.
Caio: la morale, distintissimo Mevio, è proprio questa: chi semina vento raccoglie tempesta. Berlusconi ha costruito il suo blocco sociale sull’ideologia dell’odio di classe, scatenando sistematicamente i suoi ministri e i suoi alleati della Lega prima contro gli immigrati, poi contro gli insegnanti e i lavoratori pubblici, poi ancora contro i sindacati e contro gli studenti. Paradossalmente, fino a quando l’obiettivo di questo odio erano le classi subalterne, il Cavaliere ha trovato sostegno anche negli organi di stampa liberaldemocratici (dal «Corriere della Sera» al «Sole 24 Ore» e alla «Stampa»). Quando, però, si è fatto prendere la mano ed è passato a istigare all’odio anche contro magistrati, autorità istituzionali e giornalisti, i liberali sono diventati più prudenti e quasi riluttanti. Sennonché mai e poi mai avrebbero pensato che qualcuno nella società reale (non nei salotti televisivi o negli schieramenti ‘bipartisan’) potesse alla fine contraccambiare questo odio.
Mevio: credo, stimatissimo Caio, che possiamo concludere questo nostro incontro, osservando: a) che, così come non è il termometro a scatenare la febbre, non sarà il gesto di Tartaglia a cambiare il corso oggettivo, determinato dai contrasti di classe, della storia politica e sociale del nostro Paese; b) che, se guardiamo alla colossale sottrazione di ricchezza a vantaggio dei ricchi e a discapito dei lavoratori, avvenuta nell’ultimo ventennio, se guardiamo agli effetti perversi della verticalizzazione della rappresentanza politica instaurata dal sistema maggioritario reintrodotto nel 1993, se ci rendiamo conto che, al di là della rappresentazione mediatica di una società astratta, vi è anche una società reale che riesce a distinguere tra le responsabilità di un immigrato e quelle di un ricchissimo ‘leader’ e capo di governo nel determinare le difficoltà quotidiane che impediscono un’esistenza libera e dignitosa alla maggioranza della popolazione italiana, allora potremo guardare a quanto è avvenuto in un pomeriggio milanese con occhi assai diversi da quelli dell’ipocrisia tartufesca, dello sdegno prezzolato e della retorica filistea.



Eros Barone

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