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L’eredità di Togliatti

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29 gennaio 2009

Egregio direttore,
“fare politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia… Non vi può essere dubbio che la politica, in questo modo intesa, collocata al vertice delle attività umane, acquista carattere di scienza”. Così scrive nella relazione svolta al convegno di studi gramsciani del 1958, con la limpidezza di una prosa che unisce sempre al rigore intellettuale una classica eleganza, Palmiro Togliatti.
Togliatti è stato una grande figura di uomo politico e di uomo di cultura (due profili che oggi non coincidono più): una figura, è impossibile negarlo, che occupa un posto centrale nella storia del comunismo novecentesco e nella storia della repubblica italiana. Ma qual è la sua eredità? Orbene, al di là dei contenuti e degli approdi che hanno scandito le diverse stagioni di un’attività incessante dispiegàtasi nell’arco di mezzo secolo (e che secolo!), segnando la esemplare continuità di una concezione della politica come filosofia e come scienza, la forma di eredità che egli ci lascia, e che costituisce il ‘punto fermo’ di quelle generazioni di dirigenti comunisti che sono stati definiti “togliattiani”, può essere riassunta in tre parole chiave: analisi concreta della situazione concreta, iniziativa politica e organizzazione. Analisi concreta della situazione concreta: il metodo del materialismo storico e l’eurisi per opposizioni di classe applicati alla specifica realtà in cui occorre agire. Iniziativa politica come prodotto della individuazione di una conseguente linea di azione (alleati da conquistare, avversari da neutralizzare, nemici da isolare) per spostare a vantaggio del proletariato i rapporti di forza tra le classi, difendere e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, elevare la loro coscienza di classe. Togliatti, “un tattico geniale”, secondo la incisiva definizione del filosofo marxista György Lukács. E organizzazione come politica collettiva strutturata, preparata e guidata. E ancora politica come azione comune (e non come la propria faccia su un manifesto); bisogno umano di partito (che cosa è avvenuto di così grave da aver reso questa parola, a livello di senso comune, tanto derogatoria che il disprezzo per la parola “partito” ha finito per trascinare con sé il disprezzo per la parola “politica”?).
Uomini come Antonio Gramsci e come Palmiro Togliatti sono stati la confutazione in vita di questo pregiudizio negativo così diffuso: la politica fu per loro una “scelta di vita”, espressione coniata proprio da uno di loro, Giorgio Amendola; il partito come comunità, non di destino, ma di volontà e di decisione: volontà e decisione collettive, quel ‘noi’ che è più che ‘io’, oggi così fuori di moda. Questa è la misura umana, politica e intellettuale di Togliatti. Il quale appartiene a quella straordinaria generazione di uomini e di donne “gettata” (il concetto è mutuato consapevolmente dalla filosofia dell’esistenza), gettata nella politica dalla grande storia. La prima guerra mondiale, la militanza nel partito socialista, la rivoluzione d’ottobre, la partecipazione alle lotte del movimento operaio nel corso del ‘biennio rosso’, la scissione del socialismo e la costituzione del Partito Comunista d’Italia (sezione della Terza Internazionale), la sconfitta della prospettiva rivoluzionaria e l’ascesa del fascismo, l’esperienza di direzione presso il Komintern negli ‘anni di ferro e di fuoco’, l’esperienza fondamentale della guerra civile in Ispagna (laboratorio politico-militare e terreno di applicazione della strategia dei fronti popolari, che era stata proposta nel VII congresso dell’Internazionale), la seconda guerra mondiale, la crisi del fascismo, la Resistenza e la Costituzione, la lotta negli anni della restaurazione capitalistica e della ‘guerra fredda’, la strategia della ‘via italiana al socialismo’, la fase iniziale del centro-sinistra: ecco, a grandi linee, il contesto di quel mezzo secolo (1914-1964), in cui si situano la personalità e l’azione di questo grande dirigente del movimento operaio e comunista. E poi, l’esperienza di costruzione di quella “giraffa” togliattiana, uno strano animale, che era il ‘partito nuovo’, non più di quadri ma di massa, popolare alla base e centrale al vertice.
Perfino Montanelli ha riconosciuto una volta che, nella deprecata ‘prima Repubblica’, nonché, aggiungerei io, nella non esaltante storia italiana unitaria, non vi è stato (se si esclude nell’opposto campo di classe la Destra storica) un ceto politico migliore di quello comunista. Togliatti ha incarnato prima di tutto il ‘tipo ideale’ di questo ceto, riuscendo a coniugare (per riprendere una distinzione concettuale di Max Weber), grazie a molta buona cultura (secondo la lezione di Gramsci), l’‘etica della convinzione’ con l’ ‘etica della responsabilità’. Togliatti, dunque, come uno dei protagonisti dell’età dei costruttori: costruttori insieme del partito comunista e della repubblica democratica. Come è stato giustamente detto, un uomo di parte, con il senso dello Stato. Radicare il partito nel Paese, contribuire a costruire la forma repubblicana dello Stato, con la politica “fare società”, attraverso la politica produrre legame sociale, preparare, educare, organizzare, i lavoratori, gli operai, i contadini, i ceti medi vecchi e nuovi, ad essere, a divenire, attraverso la lotta democratica e la formazione di una coscienza e di una cultura adeguate, forza politica di governo. Indubbiamente, se si misura lo scarto e la distanza fra questo progetto e la realtà presente, un’impresa interrotta. La domanda che sorge di getto è allora la seguente: chi può riprendere, chi può riafferrare con le proprie mani, innovandola, ammodernandola, aggiornandola a tempi radicalmente mutati, questa impresa storica? Non certo i ‘riformisti senza riforme’ né i ‘rivoluzionari senza rivoluzione’, due categorie di uomini politici così paradossalmente simili nella inadempienza delle rispettive finalità. L’eredità politica e intellettuale di Togliatti potrà invece fruttificare, e tornerà a fruttificare, quando sarà emersa da un nuovo ciclo della lotta politica e teorica di classe una generazione di militanti e dirigenti che alla consapevolezza secondo cui, come comunisti, “veniamo da lontano e andiamo lontano”, sappiano unire la capacità di dare corpo e forma alla icastica definizione della politica citata all’inizio di questo scritto: “fare politica significa agire per trasformare il mondo”.

Eros Barone

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