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L’identità antifascista della repubblica e la genesi del neofascismo

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11 gennaio 2009

Egregio direttore,

puntuali come la morte (di cui tale proposta costituisce, se si considerano i macabri simboli della Rsi, una metonimia), ad ogni legislatura un manipolo di parlamentari revisionisti e filofascisti, in questo caso appartenenti al cosiddetto Popolo della Libertà, non perde l’occasione per lanciare un ulteriore velenoso messaggio, il cui intento è quello di infliggere una nuova lesione all’identità resistenziale della nostra repubblica. Il progetto di un provvedimento legislativo tendente addirittura a premiare con l’assegnazione di un nuovo ordine istituito all’uopo, l’Ordine del Tricolore, coloro che nel periodo 1943-1945 prestarono servizio sotto le bandiere della Repubblica sociale, non deve passare sotto silenzio.
Non solo ritorna il progetto di legge per riconoscere come militari i combattenti della Rsi; non solo si punta a far sancire al parlamento l’equiparazione tra repubblichini e partigiani, ma si arriva perfino a voler premiare i primi: il che significa, poiché la relazione fra gli uni e gli altri è organicamente inversa, delegittimare e, in prospettiva, criminalizzare i secondi.
Non si tratta di un provvedimento di ordinaria amministrazione, ma di una ennesima operazione equiparabile ad un vero e proprio atto eversivo. Se il parlamento arrivasse ad approvare una simile nefandezza, ciò equivarrebbe a una sorta di suicidio politico e ideale del parlamento repubblicano. Soltanto l’insensibilità istituzionale e l’indifferenza ai princìpi e ai valori su cui è stata costruita questa repubblica potrebbero garantire un esito positivo all’iniziativa in questione. Del resto, si tratta di un’iniziativa che nasce da premesse false e mistificanti: la repubblica democratica ha infatti dato abbondanti prove di indulgenza nei confronti dei combattenti della Rsi, tanto che molti di essi, grazie ai benefìci concessi e alle sanatorie approvate sono stati riassunti in servizio nelle forze armate della repubblica. Orbene, di quanti partigiani si potrebbe dire altrettanto?
Sennonché con il provvedimento ora proposto si mira non a tutelare posizioni individuali, bensì a ribaltare un paradigma interpretativo di essenziale importanza per l’identità storica e ideale della repubblica antifascista. È palese l’intenzione di conferire un certificato di buona condotta per i comportamenti di quanti dopo l’8 settembre del 1943 si schierarono dalla parte di Mussolini e del Terzo Reich.
Ancora una volta si conferma l’ambiguità di chi ha continuato a perseguire ad ogni costo una ‘memoria condivisa’ di fronte all’arroganza dei neofascisti, che ora vogliono prendersi la rivincita sulle forze che hanno restituito la libertà a questo paese. Per costoro nessuna riconciliazione promossa dalla repubblica sarebbe stata mai sufficiente a sopire le rivendicazioni di orgoglio patriottico di quanti dopo l’8 settembre scelsero di continuare la lotta dalla parte dei nazisti. Dall’amnistia di Togliatti ai molti atti di clemenza scaturiti dalle sentenze di una magistratura anche troppo incline a minimizzare la drammaticità di comportamenti criminali a carico di seviziatori di partigiani, di delatori di ebrei e antifascisti, di responsabili di deportazioni risòltesi spesso in viaggi senza ritorno ai campi di sterminio: è su questo che bisognerebbe riflettere prima di considerare normale che gli eredi di questo torbido passato si possano arrogare il diritto di fare il processo alla Resistenza e di portare a conclusione la loro resa dei conti con l’antifascismo e con le origini resistenziali della repubblica italiana.
La sfida lanciata dagli irriducibili del neofascismo e dai fautori del revisionismo ai parlamentari dell’opposizione e, almeno in parte, della stessa maggioranza può e deve essere contrastata non solo con una ferma battaglia di civiltà ispirata alla consapevolezza dei princìpi e dei valori che allora si contrapposero e che rappresentano i connotati distintivi permanenti di una concezione democratica, ma va respinta e sconfitta con una vigorosa mobilitazione di tutte quelle forze, operai studenti intellettuali precari, che hanno compreso che l’unico modo per bloccare e invertire il processo di fascistizzazione che avanza nella società e nelle stesse istituzioni dello Stato consiste nell’attaccare le forze motrici che lo gènerano e lo alimentano incessantemente: il grande capitale industriale e finanziario. Come ebbe acutamente a rilevare in tempi non sospetti, ossia nel 1945, uno storico del fenomeno fascista, Daniel Guérin, “domani le grandi ‘democrazie’ potrebbero riporre con tutta naturalezza l’antifascismo nel magazzino degli attrezzi usati”, ragione per cui, “già fin d’ora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro l’hitlerismo, viene considerata con sospetto e avversata non appena serve a riaggregare tra loro gli avversari del sistema capitalistico”.

Eros Barone

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