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L’imbarazzo della laurea a Bossi

17 agosto 2010

Gentile Direttore,
Le scrivo, non senza imbarazzo, a riguardo della recente e tragicomica vicenda sulla, spero solo ipotetica, assegnazione della Laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione ad Umberto Bossi, da parte dell’Università degli Studi dell’Insubria. Alcune proposte indecenti sono il tipico frutto malato della canicola estiva e si spera che possano dileguarsi rapidamente senza lasciare alcuna traccia, trascorsa la pausa agostana, stagione nella quale la pochezza della politica di casa nostra riesce a dare sempre il meglio di sè. Ritengo sia doveroso, necessario ed indispensabile dissociarsi dall’assegnazione della laurea honoris causa al Ministro Umberto Bossi, anche quando questa rimanesse solo una proposta o meglio una boutade estiva. L’imbarazzo nasce nello scrivente dalla personale appartenenza all’ateneo in questione, ateneo come ben ricordato nell’articolo su l’Unità a firma di Pietro Greco del 5 agosto, ben lungi dall’essere un fiero esempio di “efficientismo padano”. Preme sottolineare che questo efficientismo non è caratteristica nemmeno di molti altri atenei del nord Italia soprattutto in una congiuntura come quella attuale che porta tutte le università a registrare una netta diminuzione delle proprie risorse per effetto dei tagli alla ricerca continuamente perpetrati negli ultimi anni dai recenti governi.

Riguardo l’Università dell’Insubria andrebbe tuttavia rammentato che in mezzo alle tante ombre vi sono importanti luci che provengono dai risultati delle pur non recentissime valutazioni sulla produzione e la qualità della ricerca scientifica in Italia. Le uniche valutazioni di questo tipo sinora effettuate nel nostro paese vennero effettuate nel 2005-2006 ed impiegando dati risalenti al 2003. Realtà del nostro ateneo hanno ottenuto risultati di indubbio ed enorme valore nel contesto nazionale (sito web valutazione CIVR 2000-2003). Per tornare alla laurea honoris causa al Ministro Bossi sarebbe bello poter rispondere con il vecchio e mai tramontato slogan “una risata vi seppellirà” ma temo ci sia ben poco da sorridere quando eminenti personalità pubbliche quali un Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e due presidenti della Provincia di Varese esercitano una nemmeno tanto malcelata pressione politica perché “l’ateneo di casa” sia prono alle richieste dei potentati politici di turno, come riportato sulla Prealpina del 30 e del 31 luglio.

Più recentemente anche un sagace e ironico corsivo di Francesco Merlo su la Repubblica del 7 agosto ha ricordato l’intervento della ministra a favore del riconoscimento accademico al collega di governo. Nell’art. 1 della “controriforma Gelmini” (ddl 1905/2009) approvata al Senato e di prossima discussione alla Camera (ddl n. 3687) si recita che “ciascuna università opera ispirandosi a princìpi di autonomia e di responsabilità”. Quella autonomia che proprio non piace ad alcuni politici di casa nostra. Ma credo sia opportuno rammentare alcune delle più fulgide perle dell’oratoria bossiana, quelle per le quali, a detta di Dario Galli attuale Presidente della Provincia di Varese, sarebbe indispensabile un riconoscimento accademico al senatur.

Dal celeberrimo celodurismo della prima ora (di cui oggi può restare solo un vago e sfumato ricordo come quello di un novello Emerenziano Paronzini), alle trecento lire del costo di una pallottola destinata al magistrato che volesse indagare sulla Lega (come se la tangente Enimont donata da Sama alla Lega Nord nella prima Tangentopoli non avesse insegnato nulla), per non citare le innumerevoli minacce di discese in armi verso e contro “Roma ladrona” o le non così tanto nobili azioni da compiersi con il tricolore italiano. Certo il merito di Bossi è stato quello di saper parlare alle pance ed alle tasche degli italiani del nord e non certo alle loro teste. Ma possiamo davvero definirlo un merito ? E possiamo affermare che Bossi è stato il primo a raccogliere consenso e ad avere un seguito ed un riscontro popolare utilizzando una demagogica quanto opportunistica tecnica di comunicazione ? Direi proprio di no ! Senza alcun dubbio una laurea ad honorem ad Umberto Bossi in Scienze della Comunicazione sarebbe a dir poco inopportuna e fonte di grande disagio ed amarezza. Per dirla alla Benigni sarebbe meglio affidare a re Erode la gestione di un asilo nido. Oggi vorrei emergesse qualche voce dissonante, anche e soprattutto nell’università in cui lavoro. Vorrei si sollevasse un moto di sana ed indignata ribellione.

Dell’assegnazione di un riconoscimento come la laurea honoris causa, si è certamente abusato negli ultimi anni, vista la risma di personaggi più o meno celebri che hanno ricevuto da atenei del nostro Belpaese il riconoscimento. Tuttavia l’attribuzione di una laurea honoris causa è e deve rimanere un momento di autonoma discussione ed elaborazione all’interno di un ateneo. Dovrebbe servire a riconoscere il merito, in un particolare campo, a persone che hanno in qualche modo dato lustro all’Italia o comunque al territorio sul quale si trova l’Università che decide di assegnare il riconoscimento. Una laurea honoris causa fortunatamente non sostituisce quella conquistata con qualche sacrificio trascorrendo alcune ore sui libri dedicandosi alle fatiche dello studio. Viste le difficoltà sopportate da alcuni noti giovani illustri padani per giungere alla maturità e dopo innumerevoli tentativi, qualche scorciatoia per un qualsiasi titolo, seppure onorifico, da portare in famiglia potrebbe essere di notevole ausilio. Sarebbe comunque bene che un ateneo pubblico non si prestasse a queste gesta di servilismo politico nei confronti di un partito o di una qualsivoglia fazione politica. Allo scopo di fornire onorificenze ai potenti di turno potrebbero essere deputate le università telematiche o i vari Cepu sparsi sul territorio nazionale come il fantomatico e rinomato ateneo E-campus di Novedrate (anche questa terra rigorosamente padana).

Sarebbe anche più coerente per il laureando in questione che vanta nel proprio curriculum un diploma dalla Scuola Radio Elettra. L’università telematica di cui sopra, ospita tra i suoi docenti persone condannate in appello per reati di mafia ed alcuni membri dell’attuale governo hanno recentemente fatto visita all’impresa che sforna lauree on-line decantando le meravigliose vestigia di questi straordinari luoghi di cultura autonoma e indipendente. Molti anni fa il cattolicissimo Baldovino, re del Belgio, abdicò per un giorno al trono per non dover controfirmare la legge sull’aborto approvata dal Parlamento. Non condivido nel merito la scelta dell’allora monarca belga, ma mi chiedo se sia possibile utilizzare uno strumento del genere.

Mi interrogo sulla possibilità di una simile azione anche nel caso del conferimento della laurea honoris causa al leader leghista, sospendendo in quella giornata il mio rapporto di dipendenza dall’Università dell’Insubria. Sarebbe una ben magra consolazione. Probabilmente chi regge le sorti ed i destini dell’accademia italiana meriterebbe un segnale più forte. Drastico, ma forse più opportuno, sarebbe scegliere di svolgere altrove la propria professione andando così ad alimentare la “fuga di cervelli” incrementando il numero di persone che lasciano l’Italia per altri lidi. Questo merita forse il paese ed il governo che abbiamo avuto in sorte.

Del resto il mondo accademico italiano non brilla purtroppo di grande autonomia, se recentemente ad una seduta di laurea in un’università, fortunatamente non pubblica, sebbene goda e benefici di finanziamenti da parte dello Stato, si è proposto ad una illustre figlia d’arte, neolaureata triennale in Filosofia, di divenire docente di una ancora inesistente, ma forse costituenda e futuribile facoltà. In tutto questo impera la totale mancanza di rispetto per tutti i ricercatori precari e sicuramente meritevoli che popolano le nostre università e hanno conseguito finora ben più titoli di una semplice laurea triennale che, sebbene importante, costituisce soltanto il primo passo di una carriera universitaria. Purtroppo in questo nostro paese di santi, navigatori ed eroi, la disciplina che rimane ancora la più difficile da praticare è quella di camminare eretti mantenendo la schiena dritta. Il mondo accademico non fa purtroppo eccezione se pensiamo che già ai tempi del regime fascista furono ben pochi i docenti universitari a dissentire non schierandosi con il regime e non giurando fedeltà a Mussolini.
Cordiali saluti

 

Andrea Penoni

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