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L’irresistibile ascesa dell’imperialismo europeo

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1 ottobre 2007

Egregio direttore,

ancora una volta Altan coglie nel segno. In una vignetta il disegnatore di “Repubblica” descrive il dialogo tra due personaggi: uno dice: «L’euro anche oggi è aumentato sul dollaro», l’altro risponde: «Bombardiamo l’Iran!». Ho già dimostrato in un precedente intervento perché questo scenario sia diventato perfettamente plausibile.
Risale allo scorso mese di giugno una notizia di agenzia secondo cui l’Iran ha chiesto alle raffinerie giapponesi di pagare d’ora in poi il petrolio greggio in yen e non più in dollari. Un’altra notizia di agenzia riferisce che il 14 settembre Iran e Cina hanno stipulato un accordo commerciale su petrolio e gas iraniano per 14,4 miliardi di euro. Euro, si badi, non dollari.
Dal canto suo, il Governatore della Banca Centrale degli Emirati, Al Suwaidi, ha dichiarato al “Sole 24 ORE” del 24 maggio che i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, se l’Europa correggerà le sue disfunzioni interne riguardo alle leggi fiscali e societarie, compreranno in euro e investiranno nella moneta unica. Un evento di questa portata segnerebbe di fatto la nascita, in aperto contrasto con i petrodollari, dei ‘petroeuro’, aprendo così la strada ad un conflitto monetario del tutto inedito.
“Last but not least”, verso la fine di dicembre dell’anno scorso il “Financial Times” segnalava che l’euro in ascesa aveva superato il dollaro in quanto a contanti in circolazione. Sia chiaro, il dollaro costituisce ancora la divisa più forte; tuttavia, si è progressivamente indebolito. Se si guarda, ad esempio, alla percentuale delle riserve detenuta a livello mondiale dalla metà degli anni ’70 ad oggi, si scopre che la percentuale di dollari è scesa dall’80% al 65%.
In queste settimane l’apprezzamento dell’euro sul dollaro è stato travolgente, tanto che si è arrivati a superare la quota di 1,4 dollari per 1 euro. A ciò si aggiunga il fatto che, mentre il prezzo del petrolio si è stabilizzato al di sopra della cifra di 80 dollari al barile (pari a circa 55 euro), l’‘escalation’ contro l’Iran da parte di Usa e Israele cresce di giorno in giorno e vede accodarsi agli Usa anche la Francia di Sarkozy e Kouchner, assai sensibili ai richiami delle ‘lobby’ filo-israeliane.
Nei mesi scorsi si è molto discusso, tra osservatori ed esperti, se il progetto della Borsa petrolifera a Teheran possa essere o no la causa della guerra degli Usa contro l’Iran. In realtà, dopo le tre guerre del Golfo (1980-1988, 1991, 2003), l’ultima delle quali è tuttora in corso, dopo l’intervento nel Kossovo (1999) e dopo quello in Afghanistan (2002), anch’esso tuttora in corso, dovrebbe essere chiaro che le cause per cui l’imperialismo scatena una guerra sono sempre più di una. Pesano, infatti, almeno tre fattori: l’economia, la geopolitica e la storia. Rispetto a due di questi fattori (storia ed economia), determinanti per la conquista e il mantenimento dell’egemonia, gli Stati Uniti stanno segnando il passo. E questa è la ragione per cui sono sempre più pericolosi.

Enea Bontempi

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