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L’odio è un male, prima di tutto per te

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10 gennaio 2009

Caro Direttore,

ho letto e condivido il tuo editoriale.

Raccontare e riflettere.
Da qualche settimana, da quando è iniziata questa violenza che i governanti d’Israele chiamano “piombo fuso”, ricorrono nei miei pensieri ricordi di una trentina d’anni fa.

Ho frequentato degli studenti universitari arabo-palestinesi, una mia amica ha sposato uno di loro, Ziad.
Persa nella geografia dei miei spostamenti famigliari ho finito per perderne le tracce.
Ricordo la solidarietà, la solarità e l’ospitalità. Ricordo come mi stupisse la pacatezza con cui finivano qualche volta per parlare della loro terra, dove “prima” i nonni abitavano villette con giardino, frutto del loro lavoro, che si erano visti espropriare in un attimo. Ziad mi diceva “immagina che per ragioni politiche internazionali devi lasciare la tua casa e accontentarti di ricostruire qualcosa per la tua famiglia, altrove. Te ne devi fare una ragione, te ne fai una ragione e, se sei “pio” come Enea (mi aveva allora molto stupito questo paragone e la conoscenza della “nostra” cultura), amante della pace e animato da spirito costruttivo “vai avanti”, consideri le gioie della famiglia, dello stare insieme e cerchi di non farti coinvolgere da chi ti vorrebbe rancoroso. L’odio è un male prima di tutto per te e per chi ti sta vicino”
Così suo padre, mettendo insieme tutti i risparmi, aveva finito per mandare i figli a studiare all’estero, perchè lo studio, la pratica dell’intelligenza era l’eredità più grande che gli poteva lasciare, quella che non si perde mai. E Ziad studiava medicina, una mission per tornare in Palestina e aiutare i suoi.

So che non tutti gli Arabi sono così.

Ho conosciuto Arabi “rancorosi” , ho conosciuto anche Ebrei, alcuni molto intelligenti e altri “cime di rapa”, Ebrei che mi sconsigliavano di frequentare gli Arabi ed Ebrei che scendevano in piazza per protestare per Sabra e Chatila, buoni e cattivi. I buoni e i cattivi stanno da tutte le parti…

I Responsabili di questa ultima escalation violenta, la strage nel centro ONU ecc meritano per me il Tribunale Internazionale.

Sono convinta che faremo un favore a tutti quelli che abitano quella terra, Ebrei o Arabi, dicendo forte che la violenza non è mai leggittima.

Condivido la consapevolezza dei limiti che abbiamo noi, lettori o giornalisti, ma ho la necessità di pensare che qualcosa si possa fare, pur a migliaia di km di distanza sento che su questo per me non può calare mai il sipario.
Resto testardamente convinta che le parole e i pensieri (la buona volontà) possano cambiare il mondo più di quanto riteniamo possibile e far tacere le armi.
Sarà mai ” Pace in terra alle donne e agli uomini di Buona Volontà”?

Lena Bandi

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