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L’Ulivo pedemontano fa impallidire i celtici pioppi

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7 settembre 2006

Caro Direttore,

apprendo dal Suo giornale che un nuovo spettro si aggira per l’Europa continentale: l’Ulivo pedemontano. La nuova creatura già fa impallidire i celtici pioppi. Le betulle padane arrossiscono quando le vecchie querce, scandalizzate, ne sussurrano il nome. I più freschi rami dei giovani aceri fremono dalla voglia di agitar le foglie.
La geografia del vecchio ordine vegetale non sarà più la stessa. I soliti ben informati giurano che in segreti laboratori siano già pronte le nuove pianticelle.
Chi ha buona memoria ricorderà che in passato erano pur stati fatti esperimenti in tal senso. Allora, tuttavia, si scelse un modello troppo elevato anche per i nostri ambiziosi scienziati: quello della generazione costolare. Ma né sul territorio nazionale né nel nostro più piccolo orticello fu possibile coglierne i frutti. Le speranze, tuttavia, non si spensero e lontano dai riflettori, nella solitudine dello studio, i più tenaci continuarono la ricerca.
Una anticipazione era stata del resto fatta pubblicamente qualche mese fa. Ai lettori più attenti del progetto per il nuovo stadio di calcio varesino, infatti, non era sfuggita la temeraria ipotesi di voler sostituire il tradizionale manto erboso con una distesa di foglioline di Fraxinus, una delle circa 30 varietà della famiglia delle oleaceae.
L’Ulivo, tuttavia, è pianta delicata e mal sopporta continue sollecitazioni. Un amico botanico mi dice che tra le avversità più aspre ci sarebbe la cosiddetta “lebbra delle olive” (Gleosporium olivarum). È questa un’affezione che si manifesterebbe proprio in autunno, colpendo i frutti che stanno maturando, i giovani rami e le foglie.
Andiamoci cauti, quindi.
Per favore.

Enzo R. Laforgia

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