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L’uso delle parole e la trasformazione della società

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16 gennaio 2009

Caro Direttore,
confesso che il titolo che avevo dato al mio scritto di ieri (” oltre lo sguardo appiono le differenze”) era molto meno accattivante di quello che la redazione ha inserito, che forse ha finito per dare un tono diverso.
Ringraziando per lo spazio prezioso per desiderio di chiarezza vorrei ora scrivere perchè non mi piace l’uso che stiamo facendo della parola “extracomunitario” con il significato di cittadino proveniente da paesi non aderenti all’ UE. Sarebbe preferibile, come sostengono altri in questa rubrica, che l’uso di questa parola fosse sintomo solo di miei problemi, è sintomo purtroppo dei problemi della nostra realtà.
Il suo uso è piuttosto recente: il dizionario Devoto-Oli del 1975 non la riporta proprio.
Qualche decennio fa era legata soprattutto al linguaggio geografico, poi tecnico-amministrativo e legislativo, dapprima come aggettivo con la forma “paesi extracomunitari”, poi “cittadini extracomunitari”, “immigrati extracomunitari”. In tempi più recenti è diventata sostantivo, lasciandone cadere gli altri che le davano corpo e finendo per definire in modo esclusivo una non-appartenenza, oggettiva, certo.
Nel passaggio dal definire lo straniero che si trasferisce nel nostro paese immigrato (dal latino in -dentro e migrare-trasferirsi) con una fisicità dell’essere a definirlo con una qualità di non-appartenenza è ben visibile il passaggio della nostra società da forme inclusive di convivenza a forme che vogliono escludere.
Con altrettanta oggettività le parole “francese”, “inglese” si usano sicuramente da parecchi secoli e definiscono in base all’appartenenza ad un paese.
Le parole scritte o parlate sono troppo vicine al nostro cervello per non meritare una riflessione.
La lingua si trasforma, si contamina con la trasformazione della realtà e non da ultimo con l’azione dei media (quanti titoli di tg abbiamo sentito con “intercettato a Lampedusa un barcone con 300 extracomunitari”? “L’ha detto la tv” è ancora la spiegazione più frequente nelle chiacchiere più comuni).
Come abbiamo finito per perdere il maniero e il destriero abbiamo acquisito altri vocaboli o ne abbiamo trasformato l’uso. Sull’uso odierno della parola in questione pesano sicuramente anche slogan e politica.
Molto si può pensare su come l’Europa si è evoluta con la volontà di includere o escludere.
Quanto alI’Italia l’uso e l’abuso della parola extracomunitario sono una traccia a senso unico di ciò che stiamo vivendo in termini sicuramente escludenti.

Non confondiamo le barriere con i sintomi della loro esistenza. Cogliamo invece anche altri sintomi, le differenze e le disparità della quotidianità del nostro paese, che meritano di essere colte con il nostro sentire, con il nostro cervello se non riusciamo a vederle con gli occhi. Dal sintomo non sarà difficile risalire alla causa, primo passo per una soluzione. Se chi mi legge pensa che stia navigando davanti al golfo di Odessa peccato!

Una buonissima giornata a tutti.

Lena Bandi

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