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La costruzione di un regime di ‘apartheid’

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24 novembre 2008

Egregio direttore,
la lettura di un piccolo libro di Toni Fontana, “L’Apartheid. Viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est”, Edizioni Nutrimenti, apre uno scenario assai inquietante sui processi di discriminazione e segregazione razziale che stanno avanzando in varie città del Veneto, una regione in cui sono presenti, secondo i dati della Charitas, circa 350.000 stranieri regolari (più quelli non registrati), giunti colà fra il 2000 e il 2008.
L’autore, che è un giornalista dell’“Unità”, racconta un viaggio da lui compiuto nel Veneto, sua regione natale, dopo un lungo periodo di residenza fuori di tale regione, e descrive la paura e la diffidenza che caratterizzano i rapporti fra gli autoctoni e gli immigrati, e in particolare gli immigrati di seconda generazione, in una regione fra le più industrializzate del nostro paese. In quei territori allo sfruttamento economico della manodopera immigrata si aggiunge l’emarginazione sociale: basti pensare che nei dintorni della stazione di Treviso, così come accade anche dalle nostre parti (ad es., nei dintorni della stazione di Gallarate), non esistono panchine. Tutto ciò avviene nonostante che un buon numero di immigrati lavorino regolarmente in aziende come la Benetton, la De Longhi ecc. E anche là, come dalle nostre parti, vi sono immigrati musulmani, fra i quali non mancano imprenditori e artigiani con tanto di partita Iva, che girano con un tappetino sotto braccio in cerca di un posto dove pregare.
Sennonché ora stanno arrivando sulla scena sociale i loro figli, immigrati di seconda generazione, che vivono un triplice disagio: nel rapporto con i loro paesi di origine, poiché hanno acquisito stili di vita diversi e simili a quelli dei nostri figli; nel rapporto con la loro famiglia, poiché quegli stili spesso non corrispondono alle aspettative dei loro genitori; ma soprattutto nel rapporto, sempre più conflittuale, con le istituzioni. A questo proposito, è sufficiente citare un solo esempio: il discorso che il prosindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, ha pronunciato il 14 settembre scorso alla manifestazione della Lega Nord a Venezia davanti a ministri del governo italiano (manifestazione che è stata trasmessa in diretta dalla Rai). Ecco alcuni dei passaggi di quel discorso: “Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari… Io ne ho distrutti due a Treviso e adesso non ce n’è più neanche uno… Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani… Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee, i centri islamici, comprese le gerarchie ecclesiastiche che dicono: ‘lasciamoli pregare’… No, vadano a pregare nei deserti… Voglio la rivoluzione contro la magistratura: ad applicare le leggi devono essere giudici veneti… Questo è il mio Vangelo: voglio la rivoluzione contro i ‘call center’, i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri… Che vadano a pisciare nelle loro moschee… Voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli immigrati extracomunitari… Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnino ai nostri bambini… Non voglio vedere questa gente”. Il discorso è attualmente al vaglio della magistratura di Venezia.

Orbene, discorsi di questo genere sono purtroppo comuni, quotidiani, incessanti. I vari amministratori leghisti si passano il testimone l’uno con l’altro e ripetono continuamente questi discorsi, in modo che l’immigrato, e in primo luogo il figlio degli immigrati di prima generazione (ossia un cittadino italiano con regolare passaporto), riceva questo messaggio: “Tu non sei uno dei nostri e non lo sarai mai”.
Questo è dunque, nel breve e denso ‘reportage’ di Toni Fontana, il conflitto drammatico che si è aperto in una parte dell’Italia, che naturalmente non ha il monopolio del razzismo, dal momento che questo sta ormai imperversando su scala nazionale. Semmai si può e si deve parlare, nel Nord-Est, di un razzismo specifico, di carattere istituzionale. È l’istituzione che fa propria l’ideologia razzista e la diffonde perfino in quella che dovrebbe essere la casa di tutti: il municipio. In realtà, il sindaco, in questi Comuni, è il sindaco non di tutti, ma di una parte dei cittadini.
Non vi è pertanto da sorprendersi se, come riferisce l’autore, nelle camere di questi ragazzi (immigrati di seconda generazione), che sono oggetto di una sistematica discriminazione, esercitata verso di loro in forma sia strisciante che aperta, si vedano le foto della ‘banlieu’ francese in fiamme, le foto di automobili che bruciano. Questi giovani vengono posti, dai processi di segregazione che organizzano le istituzioni, nella condizione di sognare la ribellione, poiché non accettano di sottomettersi come i loro padri e le loro madri. Coloro che organizzano questa sistematica e martellante pressione razzista rendono quindi sempre più esplosivo un terreno sociale sempre più sensibile, ignari (o forse ben consapevoli) che chi semina vento raccoglie tempesta.

Italicus

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