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La democrazia tra dominio e liberazione

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22 ottobre 2007

Egregio direttore,

è venuto il momento di elaborare una critica della democrazia, poiché, pur essendo la democrazia una tradizione di pensiero forte, nella pratica ormai da tempo corrente della democrazia stiamo assistendo ad un intreccio perverso tra derive oligarchiche e neocorporative e derive plebiscitarie e populistiche, che ne rivela una crescente debolezza ideale. Infatti, nella storia della democrazia vi è un nodo assai stretto fra i due elementi che ne sono costitutivi: una pratica di dominio e un progetto di liberazione. Due elementi che nei periodi di crisi confliggono l’uno con l’altro e nei periodi di normalità sono entrambi compresenti e si ìntegrano l’uno con l’altro. Si tratta di due facce della stessa medaglia, la quale, a seconda dei casi e dei rapporti di forza fra l’alto e il basso della società, mostra ora l’una ora l’altra faccia. Sennonché oggi, essendo il rapporto di forze profondamente squilibrato da una parte, non si vede che una faccia sola della democrazia: quella del dominio.
Se questo è il nodo, la novità allora consiste nel fatto che, mentre nel passato, si doveva cercare di sciogliere questo nodo, oggi occorre tagliarlo. Ma ciò implica che la critica della democrazia abbia un carattere molto radicale. Sia il ‘demos’ (ossia il popolo) che il ‘kratos’ (ossia il potere) sono, in effetti, entità compatte, uniche ed univoche, non duali e non scindibili. Così, la democrazia presuppone l’identità di sovrano e popolo (la sovranità popolare), laddove, da un lato, la società divisa in classi ha scisso e reso illusoria questa identità, mettendone a nudo la falsità ideologica, e, dall’altro, la divisione dei poteri, nel corso del grande passaggio storico dal liberalismo alla democrazia, si è rivelata una maschera dell’unità del potere in mano ad una classe. È possibile affermare perciò che, se la libertà è differenza, la democrazia è identità (si badi bene, identità dei dominanti e dei dominati, dei governanti e dei governati, di coloro che comandano e di coloro che ubbidiscono, ossia la completa identità del popolo omogeneo): ciò spiega, fra l’altro, la dialettica, a volte aspramente conflittuale, che si instaura fra liberalismo e democrazia.
Orbene, nella fase storica che stiamo vivendo oggi, questo nodo teorico-pratico si sta avvicinando alla sua conclusione. Al punto che la ‘democrazia dei moderni’, ormai identificàtasi con le sue realizzazioni, può essere giudicata dai suoi esiti. Insomma, la ‘democrazia reale’ è diventata un’idea debole, dal momento che è un sostantivo (democrazia) che ha sempre bisogno di aggettivi qualificativi per definirsi (liberale, totalitaria, sociale ecc. ecc.): il che denota una mancanza di autonomia concettuale e, in definitiva, un indebolimento della nozione stessa. Naturalmente, la critica della democrazia, che auspico, non è la critica della democrazia condotta da un punto di vista liberale (che è quanto dire: Locke contro Rousseau); essa è una critica di tutt’altra natura, che muove da una realtà storica in cui, paradossalmente, la democrazia entra in crisi perché ha vinto su tutta la linea. Ma, quando si è vinto su tutta la linea, l’unico nemico che rimane è se stesso.
In realtà, anche se si fa un gran parlare di liberaldemocrazia, la democrazia ha dei problemi con la libertà e, quindi, è proprio in questo punto nodale del binomio ‘libertà/democrazia’ che essa va aggredita sul piano critico. Si tratta, dunque, di scomporre e di contrapporre i due termini, libertà ‘versus’ democrazia, perché, come si è già osservato, se la democrazia è identità, la libertà è differenza. In sostanza, il problema di una critica della democrazia va affrontato da due lati: una critica decostruttiva della democrazia deve accompagnarsi ad una teoria rifondativa (sia della pratica che del concetto) della libertà.
Qui si apre il discorso sulla costruzione del soggetto, laddove è da sottolineare che la differenza, nucleo concettuale della libertà e del soggetto, è sia l’elemento portante della libertà che l’elemento scardinante della democrazia. In termini di antropologia politica, si potrebbe dire che oggi la democrazia, dopo l’accoppiata novecentesca tra rivoluzione operaia e ‘grande crisi’, è l’incontro di carattere epocale tra l’‘homo oeconomicus’ e l’‘homo democraticus’, fra il ‘bourgeois’ e il ‘citoyen’, fermo restando che in ciascuna di queste coppie il secondo termine è oggi totalmente assorbito dal primo. Gli spiriti capitalistici trovano perciò la loro incarnazione tipica nell’‘homo democraticus’, ovvero nel borghese-massa, che è il vero soggetto interno al rapporto sociale contemporaneo.
In conclusione, non vi sarà un’efficace critica della democrazia senza un grande affondo antropologico sia a livello sociale sia a livello individuale, che concentri il punto focale della critica sul mito, che giunge a noi dall’America di Bush e dei ‘teocons’, della ‘società dei proprietari’. In questo senso, per citare il titolo del capolavoro di Tocqueville, è vero che la democrazia è sempre ‘democrazia in America’. Né deve sorprendere, giacché gli Usa lo hanno sempre fatto, che la democrazia sia da loro esportata con la guerra: esattamente, una lunga guerra civile (1915-1945: la ‘guerra dei Trent’anni’ del Novecento) e tre guerre mondiali (due ‘calde’ e una ‘fredda’), tutte vinte dagli Usa. La democrazia ha trionfato, essa è ormai l’unico modello che esista a livello di regimi politici. Dunque, proprio perché ha trionfato, è matura per entrare in crisi e, prima ancora, per essere sottoposta ad una critica radicale, che punti, da un lato, a contestare la pratica di dominio e a recuperare l’originario progetto di liberazione e, dall’altro, a rifondare una teoria del soggetto e della libertà.

Eros Barone

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