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La fedeltà di Norberto Bobbio alla lezione dell’illuminismo

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24 dicembre 2009

A distanza di cinque anni dalla sua morte, ci colpiscono ancora le parole semplici ed essenziali con cui Norberto Bobbio in una lunga intervista concessa nel 1999 a Raffaele Luise e pubblicata nel 2004 per i tipi di Cittadella editrice affrontava i grandi temi del significato della vita e della sopravvivenza oltre la morte: «Posso dire la verità? Sono arrivato ormai alla soglia dell’al di là, sono vicinissimo alla fine, ma io non ci credo. L’ho detto più volte e lo ripeto ai miei amici cattolici: ma perché, insomma? Se la vita è la vita, è perché c’è la morte. Ma vuoi che dopo la vita ci sia un’altra vita? Ma scusa! Per prendere sul serio la vita, tu devi prendere sul serio la morte, e devi renderti conto che la morte è la morte».
Sì, colpiscono queste parole, ed è da sperare che non sia vano il riproporle in un momento in cui sembra quasi che ci si debba giustificare di essere laici, fino al punto che, se si critica la Conferenza episcopale italiana o si approva la sentenza di Strasburgo sul crocifisso nella scuola pubblica, ci si sente obbligati a precisare che non si è nemici della religione, della Chiesa e di Dio.
Al centro dell’opera del filosofo torinese vi è, invece, la difesa ostinata della ragione: un difesa tanto più necessaria in un’epoca contrassegnata dal fanatismo e dall’intolleranza, che sono i genitori di tutte le violenze. Sicché, quando ci si domanda quale sia l’eredità che Bobbio ci ha lasciato, occorre rispondere senza esitazione che tale eredità consiste nella fedeltà alla grande lezione dell’illuminismo. Una lezione che, di fronte al problema di Dio, non si chiede tanto se Dio esista quanto perché gli uomini abbiano bisogno di credere alla sua esistenza; una lezione a cui sono sempre rimasti fedeli tre pensatori di quel secolo, l’Ottocento, che è come un arco teso capace di scagliare ancora le sue frecce micidiali a grande distanza: tre pensatori quali Marx, Nietzsche e Freud, in cui la critica più avvertita ha riconosciuto i “maestri del sospetto”. Checché se ne dica, e nonostante cento anni di tentativi vòlti a rivedere o deformare i loro contributi conoscitivi, si tratta di tre giganti del pensiero e non vi può essere alcun dubbio sul fatto che le frontiere verso cui essi si sono spinti restano le più avanzate del pensiero occidentale.
D’altra parte, la storia della filosofia antica insegna che l’illuminismo, inteso in senso non strettamente storico come un’indagine razionale coerente e spregiudicata sulle opinioni e sulle credenze umane, è cominciato nel VI secolo a. C. con Senofane di Colofone, il quale riteneva che, se i cavalli potessero rappresentarsi un proprio Dio, lo immaginerebbero senz’altro di natura cavallina. In realtà, la demistificazione dell’antropomorfismo religioso condotta da questo pensatore greco è tale da liberarci per sempre, se non dal problema di Dio, da quell’Essere concepito a propria esclusiva misura da un’umanità infantile (la stessa che Marx, Nietzsche e Freud sottoponevano alla loro spietata analisi critica), che un Occidente immaturo e narcisista vorrebbe ancora imporci di onorare e glorificare.

Eros Barone

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