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La felicità dei varesini

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2 gennaio 2009

Egregio Direttore,

Il prodigioso balzo in avanti segnalato dall’inchiesta annuale de “Il Sole – 24 Ore”, riguardante il benessere economico della provincia di Varese che sale dal 42° al 27° posto nella classifica delle 103 province italiane, è certamente motivo di soddisfazione per tutti i suoi abitanti che a vario titolo e in diversa misura contribuiscono alla crescita della ricchezza materiale.

Vale la pena, nondimeno, soffermarsi sul dato più contrastante e di maggiore interesse, fatto opportunamente rilevare da Stefania Radman su Varese News, relativo all’indice di felicità. La provincia di Varese, in questo caso, crolla al 92° posto. Gli abitanti della provincia manifestano, pertanto, un indice d’insoddisfazione fra i più alti dell’intera penisola.

Come spiegare l’apparente contraddizione fra aumento della ricchezza materiale e crollo dell’indice di felicità? È opportuno ricordare che già in passato alcune indagini sociologiche di un certo interesse avevano fatto emergere l’insoddisfazione dei varesini.
Il sociologo Aldo Bonomi, ad esempio, include Varese e il territorio della provincia nel cosiddetto “Distretto triste”, definizione attribuita all’area prealpina, dove gli abitanti hanno manifestato più che in altre aree del Nord preoccupazione riguardanti la perdita dell’originaria identità.

In provincia di Varese cresce il reddito e diminuisce la felicità, confermando quanto le ricerche e i sondaggi internazionali recenti evidenziano e cioè che il grado di felicità delle persone non cresce con l’aumento della produzione e del consumo. La curva dei beni materiali disponibili, misurata dal Pil può crescere, ma non fa altrettanto quella della felicità misurata da indagini condotte sull’umore dei singoli individui.
Ovviamente, quando si parla di indagini legate ad aspetti soggettivi, la critica è facile, si può affermare che non c’è oggettività, poiché non esiste indice che possa misurare la felicità di un individuo. Ciò non è del tutto vero, perché le indagini qualitative, hanno raggiunto in molteplici settori delle scienze sociali un notevole grado di affidabilità.

La felicità delle persone, con redditi elevati, secondo le tendenze di studio più recenti dell’economia comportamentale, dipende soprattutto dalla loro vita sociale: attività lavorativa e ambiente di lavoro; qualità delle relazioni familiari e interpersonali; rapporti con la comunità; tempo impiegato per hobby, viaggi, vacanze ecc; percezione della partecipazione alle scelte collettive; percezione di libertà personale.
Evidentemente all’interno della società varesina vi è qualcosa che non funziona fra questi fattori. Al di là degli studi internazionali, sono propenso a pensare, anche sulla scorta del “buon senso comune”, che ci sentiamo meglio, siamo più felici quando riusciamo a non essere completamente assorbiti da noi stessi e in noi stessi, ma abbiamo anche un attivo interesse verso il benessere altrui. Insomma i fattori relazionali non possono essere trascurati se si vuole un benessere diffuso.

La percezione che abbiamo del contesto ha pure un peso importante, sostanziale sulla nostra percezione di felicità. Vivere in un contesto “stressato”, dominato da paura e sindrome di invasione da parte di etnie diverse è devastante sotto il profilo della felicità. La felicità, infine, è un obiettivo comune a tutti gli individui, un’aspirazione profonda del progetto di vita personale, ma le persone dotate di senso morale attribuiscono un valore anche alla felicità altrui e non soltanto alla propria. “Il cielo stellato sopra di me la legge morale dentro di me”, l’affermazione kantiana mantiene intatto il suo valore.

Ebbene, a me sembra che tutto questo sia da tempo in crisi nella nostra provincia. Sarà perché la globalizzazione ha generato insicurezza identitaria, sarà perché sono crollate le ideologie del passato, sarà per tutte le ragioni che si possono individuare e approfondire, ma il dato emerso dall’inchiesta de “Il Sole – 24 Ore” è preoccupante.
Durante la campagna elettorale scorsa, avvalendomi di un’inchiesta statistica promossa dal presidente della provincia uscente, ho ricordato spesso che l’indice di delittuosità collocava la provincia di Varese al 92° posto su 103 e quindi era strumentale il richiamo alla paura. Ero perfettamente convinto di fare una battaglia contro i mulini a vento, poiché non c’è statistica che tenga di fronte alla percezione degli individui. Ma ritenevo che fosse giusto, etico, corretto fare una battaglia di verità. Mi è stato spesso risposto da autorevoli e insospettabili esponenti politici della maggioranza della nostra provincia che ai varesini interessa la ricchezza, non la verità.
L’inchiesta de “Il Sole – 24 Ore”, introduce un fattore di riflessione nuovo nella società varesina, che mi auguro renderà meno monolitica la situazione. Forse, anche la crisi che appare all’orizzonte in tutta la sua drammaticità, potrà essere motivo di un’inversione di tendenza.

Il “paradosso della felicità” come lo definisce Daniel Kahneman, premio nobel per l’economia, mette in evidenza la scarsa correlazione fra reddito e felicità. Sarà opportuno che, soprattutto chi ha maggiori responsabilità derivanti dal peso attribuitogli dalla rappresentanza politica, indaghi in profondità il significato di questo paradosso per comprendere il malessere nascosto nelle viscere della società varesina.
Noi socialisti, per quanto ci riguarda, stiamo cercando di confrontarci con le idee che si sono diffuse in Europa e nelle aree del mondo più avanzato: ripensando il tema della crescita, il rapporto individuo/natura, la qualità della democrazia politica, i fondamenti su cui fonda il progetto di vita dell’individuo senza trascurare la dimensione della solidarietà, fra i valori fondanti della tradizione socialista.
Carlo Cattaneo fu fra i primi a criticare lo sviluppo prevalentemente quantitativo, egli sosteneva il progresso, ma inteso come incivilimento delle genti. Credo che a quella lezione dobbiamo ritornare.

Giuseppe Nigro - Segr. Provinciale Partito Socialista

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