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La fine della sovranità italiana

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8 agosto 2011

Il significato politico (e sottolineo “politico”) delle vicende economico-finanziarie degli ultimi mesi appare quanto mai chiaro: i tre pilastri su cui è attualmente basata l’economia mondiale, il consumo degli Usa, la crescita cinese e la moneta europea, stanno crollando l’uno addosso all’altro. La ‘tempesta perfetta’ è ormai iniziata e l’andamento delle borse mondiali, in un colpo solo e su scala mondiale, sta rivelando tutti gli aspetti della crisi capitalistica: da quelli inerenti alla caduta del saggio di
profitto a quelli derivanti dalla bolla finanziaria.
 
Non è difficile comprendere, quindi, perché sull’Italia si stiano scaricando tensioni di portata globale che vanno ben oltre i confini delle Alpi e del Mediterraneo. La crisi che ha colpito il nostro Paese nel mese di luglio è, infatti, la spia di una crisi globale. Eppure, ricorrendo agli strumenti dell’analisi marxista che lo scrivente da tempo si sforza di applicare e superando l’ottica provinciale di un paese culturalmente asfittico dove perfino i ‘mass media’ sono incapaci di spiegare quanto di enorme
e di epocale sta accadendo, non era così arduo rendersi conto che la crisi del terzo mercato delle obbligazioni esistente nel mondo, quello italiano, dimostrava che siamo di fronte ad un problema che non è solo di carattere nazionale, ma riguarda l’intero sistema capitalistico. Il dibattito italiano si è invece incentrato sui provvedimenti di sapore provinciale e veteroliberista richiesti dalla Confindustria e dai sindacati per ridurre i “costi della politica”, estendere le privatizzazioni e modulare i tagli, come se
l’orizzonte della crisi coincidesse con qualche trimestrale di cassa dello Stato o con qualche bilancio aziendale a breve termine.
 
La verità nuda e cruda è invece un’altra: di fronte al ‘combinato disposto’ del debito sovrano e della nuova recessione l’Italia rischia, a causa della sua struttura economica, di subire non solo una contrazione del Pil ben più ampia di altri paesi che presentano maggiori difficoltà di ripresa, ma anche una vera e propria deriva, ben peggiore di quella provocata dalla crisi del 1992. Con la differenza, rispetto agli anni ’90, che allora il Parlamento fu posto sotto il controllo della Banca d’Italia, mentre adesso i ‘domini’ sono la Bce, la Commissione europea e qualche banca d’affari. È la fine della sovranità nazionale, insieme con la fine della opulenza che ha contrassegnato l’ultimo venticinquennio. Sennonché da parte dei ‘mass media’ si continua a parlare di Casini, di Bersani, di Bossi e di Alfano, come se fossero politicamente personaggi di un certo peso per le sorti del nostro Paese. La realtà,
però, è quella di un Paese privato della sua sovranità e affidato a un potere straniero, come è accaduto in altri periodi della storia italiana: dalla fine dell’Impero romano d’Occidente all’invasione prima longobarda e poi franca, dal dominio del Sacro Romano Impero della nazione germanica alla ‘renovatio Imperii’ di Carlo V, dalla successiva dominazione spagnola a quella asburgica e francese, per finire con la spaccatura dell’Italia fra la repubblica di Salò e il regno del Sud durante la seconda 
guerra mondiale. Siamo arrivati al punto che, come lamenta lo stesso Prodi, il quale di alienazioni dei beni pubblici e della sovranità nazionale è un esperto, nessuno sa veramente a chi debbano rendere conto i proconsoli italiani. È per questa ragione che la prosecuzione delle altalene mozzafiato della Borsa non cambierà la sostanza delle cose: anche in Italia, senza che si sia manifestata la minima resistenza da parte del popolo, nonché delle forze economiche, sociali, politiche e intellettuali, la moneta e la finanza hanno cancellato la democrazia e azzerato la sovranità nazionale. 
Enea Bontempi

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