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La formazione a senso unico di Ibba

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12 gennaio 2009

Egr. Direttore,
sono sinceramente stupito dell’intervento del consigliere comunale Ibba a riguardo del conflitto Israelo/palestinese.
Mi chiedo anzitutto come possa Ibba, che certamente ha vissuto un’esperienza dall’altissimo valore formativo e che auspico possa condurlo a divenire presto un Uomo ed un Politico di coscienza (cosa cui egli stesso giustamente aspira), ritenere di aver compreso le ragioni del conflitto avendo avuto contatti approfonditi (?) con una sola delle parti in causa.
Probabilmente, al fine di avere una visione oggettiva della situazione, Ibba avrebbe dovuto vivere, oltre che come un palestinese, anche come un israeliano: cioè come uno di quei tanti ragazzi d’Israele che ogni giorno, diretti all’università oppure al mercato, attendono un autobus col dubbio di non sapere se la loro destinazione finale sarà il cimitero oppure il luogo verso cui hanno pagato il biglietto.
Forse ad Ibba manca l’esperienza di aver visto l’autentico terrore che si può cogliere negli occhi della gente quando, in un centro commerciale di Tel Aviv, qualcuno lascia una borsa momentaneamente incustodita.
Uscire di casa senza sapere se la sera si tornerà o meno….
Ma, ritengo, l’errore fondamentale stia nel ritenere che il conflitto sia tra il popolo israeliano e quello palestinese, e probabilmente questo è un errore che commettiamo in tanti!
I nemici di Israele non sono i cittadini di Gaza, bensì si chiamano Hammas, si chiamano brigate di Al Aqsa, si chiamano kamicaze, si chiamano Martiri di Allah, e non sono certamente il popolo palestinese né il suo presidente Habu Mazen!
Perché quei cattivoni degli israeliani costruiscono muri? Forse per sperperare denaro, o forse per tentare di ridurre il numero degli attentati per le strade delle proprie città…
Ibba dice di non capire più perché in una guerra una parte è considerata terrorista e l’altra no.
Eppure, forse, la risposta è semplice: se qualcuno mi spara in testa un razzo Kassam, io lo chiamo terrorista.
Se qualcuno costringe me e la mia famiglia a vivere sepolto nella stanza blindata della mia abitazione, io lo chiamo terrorista.
Se qualcuno costringe civili e bambini palestinesi ad essere “scudi umani” al solo scopo di poterne poi mostrare in televisione i corpi martoriati, io lo chiamo terrorista.
Se qualcuno colpisce vigliaccamente e senza preavviso, ed uccide civili inermi, io lo chiamo terrorista.
Se qualcuno fa scoppiare una bomba in un autobus affollato, io lo chiamo terrorista.
Viene piuttosto da chiedersi perché la comunità internazionale insorga quando lo Stato sovrano d’Israele reagisce agli attentati che stroncano le vite dei propri cittadini, e perché solo allora tante persone (e Partiti) sentano il bisogno di scendere in piazza e manifestare contro la violenza, mentre invece nessuno si muove quando, quasi quotidianamente, si apprende delle vittime cagionate dai razzi Kassam sulle città d’Israele…
Forse la pietà è a senso unico?
Forse al popolo d’Israele non deve essere riservata comprensione né pietà alcuna?
O forse gli israeliti sono una razza inferiore? Ed allora a quando le scritte “Werk macht frei” (N.d.A.: se la memoria non mi tradisce, la scritta “Il lavoro rende liberi” campeggiava all’ingresso di Auschwitz).
Caro Ibba, per gli israeliani avere a che fare con Hammas & C. è un pò come era per lo Stato italiano avere a che fare con le B.R. o con le organizzazioni terroriste di matrice neo-fascista… bande di assassini deviati, belve sub-umane, convinti che i problemi si potessero risolvere affogandoli nel terrore e nel sangue.
Se vedo uno che mi punta addosso una pistola e sta per premere il grilletto, caro Ibba, gli sorridi e gli dici “Pace!”, oppure cerchi di essere più veloce di lui? Oppure speri che Allah gli faccia inceppare l’arma?
In medio oriente, oggi, il problema principale non è quello di stabilire torti e ragioni, bensì di evitare che ci si spari addosso.

P.S.: ho vissuto anch’io l’esperienza di trascorrere qualche mesetto in un kibbutz della Galilea…

Ing. Bruno Paolillo

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