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La giustizia vale un panino al salame

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12 aprile 2011

Egregio Sig. Direttore,
 
ieri mattina si è celebrato un nuovo spettacolo per la giustizia italiana, da parte di colui che dello spettacolo e del populismo ha fatto la sua strategia vincente.
 
Mi riferisco, se non s’era capito, all’ennesima prova da mattatore del più grande one-man show del Bel Paese: l’onorevole imputato Silvio Berlusconi.
 
Verso le 8:30 circa, mi avvicinavo al Tribunale di Milano, davanti al quale notavo senza troppo stupore un area circoscritta da transenne, con all’interno un palco addobbato a festa da striscioni e palloni aerostatici su cui cappeggiava l’inno “Silvio resisti”.
 
Oltre ai sostenitori, che alacremente si adoperavano a preparare un’accoglienza in grande stile, non era possibile non accorgersi dell’impressionante numero di membri delle forze dell’ordine mobilizzate per l’occasione. Guarda caso, i soldi in questi casi si trovano sempre.
 
Oggi, infatti, era prevista la presenza del noto personaggio, in uno dei vari processi che lo vedono imputato (nel caso specifico “Mediatrade”).
 
Varcato l’ingresso del Palazzo di Giustizia, in attesa del mio turno presso lo sportello degli ufficiali giudiziari, leggevo sul Corriere della Sera (un quotidiano non certo di stampo staliniano) che la manifestazione era organizzata ufficialmente dal PDL. Erano promessi anche “mille panini al salame e altrettante bottigliette d’acqua” per gli avventori.
 
Più tardi, verso le 9:30, ero in un aula di una delle Sezioni penali del Tribunale, ad assistere a un processo avente ad oggetto un tentativo d’omicidio in odore di criminalità organizzata.
 
Ed ecco che inizia lo spettacolo: musiche, proclami e rumori vari di contorno si levano al cielo.
 
Prima reazione dei presenti è una sorpresa quasi divertita, che in breve si tramuta in una sensazione più greve. Vengono chiuse le finestre del locale, ma il trambusto continua a filtrare.
 
Iniziano a infastidirsi – e non poco – il Collegio giudicante, gli avvocati, i testi e probabilmente anche l’imputato dietro le sbarre.
 
Il motivo intuibile è che quello che avviene fuori dal Tribunale disturba fortemente coloro che vi lavorano all’interno, al punto che è difficile riuscire a seguire con attenzione lo svolgimento del processo. Con buona pace dell’accusato giudicando dentro la gabbia.
 
Questo imputato, non ricoprendo una carica istituzionale di rilievo né avendo ingenti somme di denaro e mezzi di comunicazione a disposizione, partecipava al suo giudizio con dignità, in attesa degli esiti del dibattimento, tutelato dal suo difensore. Atteggiamento che hanno tenuto quasi tutte le persone che ho visto passare in quest’aula.
 
Allo stesso modo le migliaia di uomini e donne che transitano e operano nel Tribunale continuano a lavorare per far funzionare quella delicata macchina tanto bistratta di nome Giustizia.
 
Nel mio piccolo, tra queste persone ci sono pure io: quasi tre anni di lavoro svolgendo pratica forense e stage in Tribunale assegnato a magistrati giudicanti, frequentando simultaneamente da pendolare una Scuola biennale di specializzazione per le professioni legali, che terminerò tra pochi giorni, con uno stipendio che non ha mai superato i 500 Euro mensili.
 
Anch’io, come loro, continuerò a darmi da fare percorrendo questa lunga e difficile strada, indipendentemente dagli abituali caroselli politici di delegittimazione.
 
Questa mattina s’è celebrato l’ennesimo spettacolo di una pochezza desolante, che ha il solo scopo di creare una falsa e superficiale immagine di ciò che accade nel settore giustizia in Italia, disturbando, peraltro, quelli che cercano tutti i giorni di farla progredire, dalle Forze dell’Ordine ai Presidenti dei Tribunali.
 
Così, come accade anche in sede legislativa con le nuove riforme avanzate in Parlamento, per gli interessi di uno, vengono pregiudicati quelli di tutti gli altri.
 
E tutto questo per un panino al salame.
Giacomo Mastrorosa

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