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La “guerra dei giusti”

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30 aprile 2011

Egregio Direttore,
non passa giorno che non si venga a conoscenza di un nuovo conflitto bellico, in qualche
sperduto angolo del pianeta. Guerre lontane o guerre vicine: le notizie ci arrivano dagli
organi d’informazione e noi, comodamente seduti sui nostri sofà, intimamente pensiamo che
"abbiamo già dato". Le guerre degli altri le viviamo sempre più in modo distaccato e, da
spettatori distratti, al massimo ci limitiamo a parteggiare per l’una o l’altra parte in
conflitto, quasi fosse una partita di calcio. Siamo davvero spettatori passivi?

Dunque, in teoria nei sistemi democratici il flusso dovrebbe partire dal basso: i singoli
cittadini decidono con la propria sensibilità se e quando una guerra si debba combattere, essi
esprimono la propria opinione, sia sottoforma di voto politico e sia in forma di sondaggio d’opinione.
I politici avrebbero il compito di raccogliere la volontà popolare e quantificarla e, in
funzione di ciò, valutare la partecipazione ad un conflitto e valutarne le modalità. Questo
processo dovrebbe avvenire in ogni singola nazione democratica, formante una "coalizione"
internazionale. Se così fosse, la decisione di fare una guerra sarebbe espressione della
volontà popolare, non di una sola ma di svariate nazioni democratiche, ed assumerebbe le
sembianze di una guerra "giusta" (che lo sia davvero è altro discorso), poiché voluta da una
"maggioranza" democratica. Questo in teoria.

In pratica non è così. Mediante i mezzi d’informazione, ciascuno di noi si forma la propria
opinione, rispetto al conflitto del momento, anzi, sarebbe meglio dire che a ciascuno di noi
viene formata un’opinione: pilotando opportunamente le informazioni prevalenti, i media ci
"inducono" il pensiero che dovrà andare per la maggiore, e se non dovessero ottenere il
risultato sperato, a loro basta aumentare la dose, per quantità e distorsione della notizia.
Potrà sembrare strano, ma coloro che pilotano l’informazione vogliono il nostro consenso: noi
utenti dei media siamo "l’opinione pubblica". Il nostro parere, indotto o spontaneo che sia, ha
il suo peso: chi fa politica si avvale dei sondaggi d’opinione e, secondo l’esito di tali
sondaggi, orienta le proprie scelte, comprese le scelte che riguardano una guerra. I fattori
che promuovono una guerra e che la scatenano, solitamente sono fattori economici: denaro e
potere che chiamano ulteriore denaro e potere. Ma coloro che hanno denaro e potere sono anche
gli stessi che controllano e pilotano l’informazione, e sono gli stessi che danno la direzione
alla politica, sia nazionale e sia internazionale. Cosicché il flusso non viene dal popolo, ma
da quelli che hanno già denaro e potere e ne vogliono di più, e per ottenerli creano una
guerra.

Riordino allora la sequenza.
Quelli che hanno denaro e potere decidono quando e dove faranno la loro prossima guerra, quindi
pianificano la preparazione: serve un movente. Di solito le guerre di liberazione sono quelle
che fanno maggiore presa sull’opinione pubblica, e danno l’impressione che la guerra sia
ancora più "giusta", quindi servono due ingredienti: un popolo oppresso ed un tiranno. Per
mezzo dei media, "quelli" presentano al mondo sia il popolo oppresso e sia il tiranno, quelli
puntano i riflettori là e selezionano solo i fatti che tornano a loro favore e, se non succede
nulla di saliente, quelli lo producono. Nel luogo della futura guerra non succede nulla di
diverso da ciò che accade nel resto del pianeta, solo che viene posto all’attenzione, viene
commentato, viene scandagliato e gonfiato, finché non gonfia l’indignazione pubblica, finché la
casalinga di Voghera non esclami " ma cosa aspettano a fare qualcosa?".
Un minuto dopo l’esclamazione i politici tastano il polso dell’opinione pubblica, per mezzo di sondaggi: non serve nemmeno divulgare l’esito dei sondaggi, ai politici serve solo sapere che ci sia il consenso popolare. Le forze politiche nazionali ricevono gli ordini da "quelli" sulle modalità di partecipazione alla guerra, e subito dopo si riuniscono in parlamento per ufficializzare l’intervento. Al monarca o presidente della repubblica, non resta che apporre la propria firma. Questo
meccanismo si ripete in ogni nazione democratica, e l’insieme di svariate nazioni costituisce
una "forza internazionale di liberazione". In realtà non serve che tutte le nazioni siano
partecipanti al conflitto contro il tiranno, anzi, è meglio che le operazioni militari
importanti siano svolte da pochi competenti. Alla maggior parte delle nazioni partecipanti al
conflitto viene chiesto solo di fare presenza: la guerra di "quelli" deve apparire la guerra di
tutti i giusti. Questo è lo scopo: la guerra voluta per gli interessi di alcuni, non dev’essere
ostacolata dall’opinione delle masse dei paesi democratici, ma deve incontrare il loro
consenso. Sembra un apparato gigantesco ma, una volta poste le basi e creata la struttura, poi
torna utile per tutte le volte che "quelli" vogliono una guerra.

Ma noi seduti sui sofà, cosa possiamo fare? Due le possibilità: o diamo a "quelli" consenso
preventivo ed incondizionato, oppure non dovremmo darlo, mai.
Cordiali saluti.

Silvano Madasi

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