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La Lega Nord: il Msi dei prossimi anni in salsa padana

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30 giugno 2011

Egregio direttore,
La recrudescenza delle pulsioni secessioniste che si è registrata nel recente raduno di Pontida della Lega Nord mostra il vero volto di una formazione politica che è stata espulsa dal governo delle grandi metropoli del nord e ha subito un drasticon ridimensionamento, tornando alla sua natura originaria (e insuperabile) di partito territoriale delle fasce pedemontane che cingono la pianura padana. Un fenomeno di folclore valligiano tradotto faticosamente nel linguaggio populistico di un localismo di corto respiro.
Ci si può legittimamente domandare, a tale proposito, come un simile fenomeno socio-politico possa essere durato per un ventennio in mancanza di una ‘ratio essendi’ che lo giustificasse dal punto di vista ideologico e culturale.
Secondo la Lega, infatti, i principali problemi che dominano la scena italiana ed europea, l’aggravarsi della disoccupazione, la crisi finanziaria greca, la pesante sconfitta del centrodestra nelle elezioni amministrative e nei referendum, vanno affrontati con lo spostamento di quattro ministeri al nord e con qualche sgravio fiscale agli artigiani. E sì che la Lega ha prodotto, in un paese che diventava tanto più provinciale quanto più i problemi diventavano globali, senso comune ed egemonia culturale! Non vi è da sorprendersi se con una simile capacità di proposta la Lega non sia più in grado di comunicare non solo con gli italiani, ma anche con la stragrande
maggioranza dei cittadini del nord.
In sostanza, la Lega sta confermando ‘motu proprio’ che essa non è più indispensabile per formare governi. Ciò spiega perché Bossi non abbia permesso che Berlusconi colasse a picco: “simul stabunt, simul cadent”, come è stato giustamente osservato. La sua collocazione all’interno del centrodestra è infatti l’unica collocazione che può ancora garantirle una rendita di posizione. Sennonché anche per la Lega Nord si approssima il ‘redde rationem’ e non serve più di tanto annotare che Maroni a Pontida ha evocato lo spettro della Padania indipendente, comportandosi come il ministro degli Interni di un altro paese. Eppure, sintomo di irredimibile
arretratezza della cultura politica italiana, non sono mancati quelli che hanno preso sul serio questo partito, assegnandogli le immeritate qualificazioni di ‘partito dei ceti produttivi’, ‘partito del ‘federalismo’, ‘partito del Nord’.
La Lega rappresenta, invece, l’epifenomeno socio-politico di una subcultura che è il “segnacolo in vessillo” di quell’Italia bigotta, consumista e rurale del nord che per un certo periodo è riuscita ad attrarre anche talune fasce urbane disorientate dalla crisi economica. Un epifenomeno oggettivamente incapace di ridefinire l’impianto istituzionale di una nazione, di suscitarne la capacità di produrre ricchezza e, ancor meno, conoscenza (laddove quest’ultima capacità è il prerequisito per il rilancio di qualsiasi paese). Così, quando il ciclo del berlusconismo si sarà esaurito, la Lega Nord sarà pronta per essere, su base territoriale, il Msi dei prossimi anni. Ruota di scorta dei governi di centrodestra, atta a fornire un gruzzolo di voti ottenuti da un consenso identitario e capace di generare una rete locale di sindaci che si distinguerà  più per il sinistro folclore di qualche provvedimento che per la capacità di incidere sulla vita dei propri territori. In definitiva, anche troppo, se si considera lo spessore politico-culturale della Lega.

Orbilius

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