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La Lega tra fucili e ristoranti

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2 gennaio 2009

Caro direttore,

sulla sua rubrica imperversa in questi giorni un dibattito sulla Lega Nord: da un lato i (pochi) padani che si arrampicano sugli specchi, dall’altro i (tanti) italiani che difendono il nostro Paese, chi con una forte retorica patriottica, chi facendo delle considerazioni molto più dirette e semplici. Già tante volte ho scritto i miei pensieri sulla Lega Nord e sui suoi militanti, che vanno rispettati per le loro idee, per quanto si faccia fatica a rispettare chi un giorno dice “prenderemo i fucili contro Roma” e il giorno successivo è a pasteggiare nei migliori ristoranti della Capitale. Questione di coerenza, una virtù che la politica, ed in particolare la Lega Nord, non ha mai conosciuto.

Pur condividendo le affermazioni di chi si chieda come sia possibile, nel 2008, vedere un ministro con il suo fazzolettino verde al taschino, o sentirlo sparare contro quella Roma da cui lui stesso prende il suo lauto stipendio, c’è un fresco esempio di come i funzionari in camicia verde, una volta accomodatisi sui comodi scranni parlamentari, si dimentichino di fare l’interesse del loro popolo del Nord. Infatti, i signori leghisti, unitamente al gotha dell’imprenditoria italiana (i quali, ottenuta la remunerativa partecipazione in CAI, badano solo ai propri interessi), dormono in un assordante silenzio mentre l’aeroporto della Malpensa viene bruscamente penalizzato dal piano-voli della nuova compagnia di bandiera. Azzerati i voli cargo, pesantemente ridimensionati quelli passeggeri, si hanno delle conseguenze facilmente immaginabili: centinaia di lavoratori aeroportuali rischiano il posto, senza considerare i danni che queste scelte causeranno sulle aziende dell’indotto, molte delle quali varesine (e dunque “padane”, secondo la logica leghista).

Dove sono i leghisti in questa situazione? Dove sono quegli onorevoli che fanno il loro giuramento preelettorale sulle “sacre acque” del Po ma che in realtà se ne fregano di quello che accade a Nord del grande fiume (compreso chi, con costi piuttosto altini, ha abbandonato la presidenza della nostra Provincia dopo neanche un anno per correre a Roma a fare il “paladino di Malpensa”)? E i ministri? Tutti ammutoliti dal panettone? Chissà mai che qualche sincero militante dei Lumbard si accorga una volta per tutte di come le tante, troppe e spesso volgari parole del suo partito, oltre ad essere palesemente inadeguate al confronto politico, non generino mai delle scelte politiche in linea con quanto promesso. Perché la Lega, per quanto padana, si è romanizzata a tempi di record: peccato che ci sia ancora gente che le creda.
Cordiali saluti e buon anno a lei, signor direttore, alla redazione e a tutti i colleghi lettori.

Marco Regazzoni

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