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La lezione di Obama

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6 aprile 2009

Sta attraversando l’Europa con la leggerezza e la vitalità di una moderna democrazia. Il vento che lo accompagna sa di freschezza, è ricco di simpatia ed è percepito, soprattutto dai giovani, in tutta la sua accattivante spinta verso un significativo e lungamente atteso cambiamento.
 
Barack Obama, alle prese con il delicato compito di riconquistare la fiducia del Vecchio Continente, si rivolge però a loro (più che ai loro governanti) chiamandoli ad un impegno corale. Perché la sua venuta non è messianica e perché da soli, anche se si è gli Stati Uniti d’America, non si va lontano.
 
Cita Robert Kennedy, dato che: “Viviamo in un mondo rivoluzionario e sono i giovani a doverne prendere la guida”, e accende di nuovo la speranza di tutti chiamandoli ognuno a far davvero la propria parte: “Non bisogna correre per la Casa Bianca per mettersi al servizio degli altri. Lo si può fare lavorando per Medici senza Frontiere o per le Nazioni Unite. O anche facendo il sindaco della vostra città, non sprecando il vostro talento e l’energia per pensare solo a se stessi. Lasciatevi coinvolgere: a volte rimarrete delusi, ma vivrete comunque una grande avventura”.
 
Poca formalità, obiettivi chiari e sguardo lontano. Si muove agile e disinvolto, insieme alla First Lady Michelle, in un consesso di veterani senza eguali. Lo stesso abbraccio fuori protocollo alla “intoccabile” regina Elisabetta II d’Inghilterra, rompe con elegante naturalezza schemi obsoleti di un passato sconosciuto. E testimonia l’intento di voler superare ogni barriera nel percorso di riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico.
 
Esalta Gordon Brown e il suo approccio deciso nell’affrontare la crisi finanziaria e il moloch del sistema bancario internazionale. Recupera l’irrequietezza di Sarkozy e le perplessità della Merkel. Snobba Berlusconi, ma non gli italiani. Riconoscendo loro professionalità, passione nel lavoro e valenza di alcuni modelli organizzativi. Lo fa gratificando il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che vede promosso il suo Financial Stability Board e accresciuti i poteri di controllo sulla stabilità finanziaria. Lo fa affidando alla Fiat il salvataggio di un asset strategico dell’economia americana come la Chrysler. (Quanta ammirazione per l’iniziativa-simbolo dei due top-manager della casa automobilistica torinese. Sergio Marchionne e Luca Cordero di Monzemolo sono stati tra i primi a ridurre i propri compensi senza che nessuno glielo avesse chiesto).
 
Lo fa, ancora, coinvolgendo il Premier italiano (nuclearista convinto) sui temi del “global warming”, l’effetto serra quasi sempre negato dall’amico predecessore George W. Bush. A margine del G8 alla Maddalena, Barack Obama ha chiesto e ottenuto (come rifiutare?) di ospitare in Italia un Forum tra i leader delle maggiori economie sull’Energia e il Clima. Quale passaggio intermedio tra la riunione preparatoria di Washington di fine aprile e il vertice mondiale in programma a dicembre a Copenhagen. E senza malintesi a Praga, davanti al Castello, ha ribadito la sua attenzione all’ambiente e l’avversione conseguente alla proliferazione nucleare.
 
Non si aprono le acque al suo passaggio, ma tocca le corde giuste e ogni contatto con la gente comune, dal vivo, mediatico o virtuale che sia, vede affluire folle entusiaste. E’ un cammino lungo e difficile quello intrapreso dal neo presidente degli Sati Uniti d’America. La meta è ambiziosa e il percorso insidioso. Sarà per questo che, dopo aver raccolto il bastone Europa, è dal Bosforo che vuole dialogare ancora una volta soprattutto con i giovani, per lanciare da questo “ponte” ricco di fascino il suo messaggio all’Asia e all’Islam.
 
Lo fa andandogli incontro e non da Washington, dalla sua Stanza Ovale. Anche perché sa che in tal modo l’eco delle sue parole, moltiplicata dal luccichio di un mare che non divide ma collega, sarà più facile che passi da un minareto all’altro. E superi il chiassoso disordine di questa strategica piazza del mondo, in perenne ricerca di pace.
 
 
Antonio V. Gelormini

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